Tinti: "I politici vogliono sottrarsi ai controlli"
Red., 12 giugno 2008, 15:14
Intercettazioni/1
In una lunga intervista resa al settimanale Espresso il procuratore aggiunto di Torino smantella, punto per punto, la tesi dei sostenitori del pugno di ferro contro l'uso delle tintercettazioni telefoniche nei procedimenti penali. E spiega: " Non è vero che gli utenti intercettati sono centomila. La privacy è un falso problema. In Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le sue porcherie"
Davvero esiste in Italia un'emergenza intercettazioni? "L'Espresso" ha interpellato il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, autore tra l'altro del bestseller 'Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa", 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause del mal funzionamento dei tribunali in Italia. Per Tinti, pubblica il settimanale nel numero in edicola da domani, "questa lotta alle intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità. Perché tutti gli argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi...".
E anche il dato citato dal ministro Alfano, che afferma che in Italia si intercettano ogni anno più di 100mila persone, secondo Tinti è un "dato non veritiero. Perché si fa confusione tra utenze ed utenti. Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che possono benissimo essere 100 mila, e un conto è il numero degli intercettati. A Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci utenze a persona. Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere intercettato. E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le attività criminali. Noi quindi andiamo a caccia dell'apparecchio buono. Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e passiamo agli altri. Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello esatto".
Quanto all'aumento negli ultimi anni delle intercettazioni, per Tinti "è falso che si tratti di una crescita abnorme. Anche in questo caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una cosa non vera. E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle intercettazioni. Ma la seconda curva sale meno della prima. E' anzi molto più bassa".
Tinti invita a "guardare un'altra curva, quella dei reati. Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto l'anno precedente. Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti. Ma allo stesso modo, non in misura maggiore. Noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli d'indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300 fascicoli vengono richieste intercettazioni".
C'è poi il problema dei costi. Alfano dice che per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.
"Altra cosa non vera. Nel 2007 - continua il procuratore aggiunto di Torino - lo Stato ha messo a bilancio per la giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli ascolti. Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle sue voci, le 'spese di giustizia' appunto, che ricomprendono anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte. Un apparato completo per le intercettazioni "come quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro. Solo che noi lo noleggiamo e così di milioni all'anno ne spendiamo quattro. Insomma, l'hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi. E visti i prezzi, una volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni, cosa che oggi non avviene, continuando a risparmiare. Ma non basta, perché con un apparato simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del Piemonte. Ma per farlo - osserva Tinti - bisogna centralizzare i punti d'ascolto".
A chi osserva che le indagini sono ormai intercettazioni-dipendenti, Tinti replica che "la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e noi li seguiamo a piedi. Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si lamenta per il declino dello stetoscopio... Ma come si fa a dire una cosa del genere?".
Anche l'argomento della privacy "è un discorso finto, utilizzato da chi nella classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie malefatte. Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la pubblicazione di un sms di Anna Falchi. Voglio dire: c'è una signora, che si è tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato intercettato un messaggio in cui diceva 'tanti baci caro, ti amo'. Certo, si poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo sia il punto. E' una questione di costi e benefici. Se vogliamo combattere il crimine bisogna accettare l'intromissione nella sfera privata di pochi cittadini. Per fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le uova. La verità -rileva- è che sui giornali non avviene quasi mai una violazione ingiustificata della privacy".
La violazione ingiustificata della privacy, spiega Tinti all'Espresso, "si verifica solo quando vengono resi noti fatti privati di persone verso le quali non esiste un interesse pubblico. La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito finisca sulla stampa. Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le classi dirigenti. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono pubblicare una volta che l'indagato ne ha avuto conoscenza. Per farlo non è necessario attendere il processo. Se l'episodio è rilevante l'opinione pubblica non può aspettare dieci anni prima di sapere. Non è forse giusto che i cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall'ex governatore di Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005? A me pare di sì".
Quanto ai fatti non penalmente rilevanti, "se fanno capo a un uomo pubblico interessano l'opinione pubblica. Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha commesso reati. Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente conosciuti dai cittadini. E il discorso vale pure per me. Se io, che sono un magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non commetterei un reato. Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la mia privacy? Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela dei propri panni sporchi. Non risponde a un'esigenza etica. E' la dimostrazione -conclude il procuratore aggiunto di Torino- che in Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso protagonista".








