mercoledì, 18 giugno 2008

Si salva chi può

Perla Pugi ,   17 giugno 2008, 19:21

Si salva chi pu� Politica     

Discussione al Senato sui due emendamenti al decreto sicurezza, quelli che sospenderebbero il processo Mills, in cui  il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari. L'ostruzionismo dell'opposizione, le proteste dei magistrati, la lettera a Schifani in cui il Cavaliere annuncia la ricusazione della presidente del collegio giudicante

 

E saltano pure i processi del G8, di Red.



"Se quelle norme fossero state contenute nel decreto fin dall'inizio, non l'avrei firmato", sembra abbia tuonato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, andando su tutte le furie prima con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, e poi con il ministrodella Difesa, Ignazio La Russa. Prima il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, che pone di fatto il silenzio stampa su alcuni fatti scomodi (tangenti, manovre di spionaggio e quant'altro). Oggi (martedì), atto secondo: è andata in scena al Senato la discussione sul decreto sicurezza. E, soprattutto, lo scontro sui due emendamenti "salva premier".

Le proposte di modifica sono state inserite formalmente dai presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, Carlo Vizzini e Filippo Berselli, ma sono stati scritti direttamente dagli avvocati di Berlusconi. Si tratta di norme che, se approvate, sospenderebbero per un anno il procedimento in cui il premier deve rispondere di corruzione in atti giudiziari.

Davanti alle perplessità degli alleati, in primis della Lega, e alle critiche del Capo dello Stato il premier non ha fatto di meglio che porsi in posizione di aperta sfida. Accantonata la prima opzione del messaggio televisivo alla nazione, ha poi scritto di proprio pugno una lettera al presidente del Senato, Renato Schifani, ma che in realtà era chiaramente diretta a Napolitano.

La missiva del Cavaliere è stata letta stamani, in occasione della discussione generale sul decreto dallo stesso Schifani e ha, come era prevedibile, ha creato molto scalpore soprattutto in occasione del passaggio in cui il premier ha parlato di "aggressioni" da parte di "magistrati di estrema sinistra" per i soli "fini di lotta politica". Molti senatori dei partiti di minoranza hanno chiesto di intervenire per ottenere "il non passaggio al voto degli articoli del decreto sicurezza", in particolar modo, dei due emendamenti "salva-premier".

Le polemiche non accennano a diminuire, anzi aumentano man mano che passano le ore. " Ritengo inaccettabile quello che sta avvenendo in Senato", esordisce Anna Finocchiaro, capogruppo del Partito Democratico, "di fronte alla gravità di tali avvenimenti c'è la necessità che il Parlamento affronti una discussione molto seria. Se non verrà dato tutto il tempo necessario per affrontare una questione così importante, ci troveremmo di fronte a una forzatura istituzionale davvero enorme".

"Berlusconi sta portando avanti una strategia criminale", dichiara il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, "coloro che si adoperano per fermare i processi sono dei criminali". Sempre secondo l'ex-magistrato, il presidente del Consiglio ha studiato a tavolino il modo per liberarsi dei giudici di Milano, "prima ha proposto la sospensione dei processi per basso allarme sociale, adducendo come fine quello di dare la precedenza ai reati più gravi, poi, con la lettera a Schifani", continua Di Pietro, "ha attaccato i giudici e ha ricusato Nicoletta Gandus", ha detto l'ex pm di Mani Pulite riferendosi al passaggio della missiva - manifesto in cui ha annunciato la ricusazione della presidente del collegio giudicante del processo in cui il premier è imputato.

"La lettera di Berlusconi è stata agghiacciante", racconta la senatrice del Partito democratico, Marilena Adamo, "una cosa mai vista. Sottolineo che c'è un aspetto di ripugnanza morale a usare un decreto che affronta i sentimenti di insicurezza e di paura della popolazione per inserire come cavallo di Troia una norma che ha un significato esattamente opposto. È un super indulto".

"Il 3 gennaio 1925 Mussolini fece un discorso simile", attacca Silvana Mura, deputata dell'Italia dei valori, e parlando di emergenza democratica continua:"Respinse le accuse sul delitto Matteotti e prese una serie di provvedimenti eccezionali e leggi fascistissime". "Pensiero debole" ha subito commentato Margherita Boniver, deputata del Popolo della Libertà e componente della Commissione esteri della Camera.

"Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l'istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale", è il commento secco dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm). "Questi comportamenti - evidenzia ancora l'Anm - rischiano di minare la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto". Fanno, intanto, sapere che tra i processi che verrebbero sospesi se fosse approvato l'emendamento al decreto sicurezza c'è quello per i presunti soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8. "uno tra i tanti processi in corso per reati anche molto gravi a cadere sotto la scure della norma", fa notare la segretaria nazionale della Magistratura democratica, Rita Sanlorenzo.

Nel dettaglio, questo primo emendamento propone che tutti i processi per reati commessi fino al 30 giugno 2002, che sono in una fase che va dall'udienza preliminare alla chiusura del dibattimento di primo grado e che riguardano solo reati considerati non gravi (es. omicidio colposo, furto, lesioni, rissa, truffa, usura o sequestro di persona) saranno sospesi per un anno. Rientrerebbe in questa categoria anche il processo ai danni di Silvio Berlusconi, accusato di aver pagato l'avvocato londinese David Mills per convincerlo a dichiarare il falso sui fondi neri del gruppo Finivest all'estero. Se va a segno, sarebbe un gol da campione quello del premier che con questo emendamento salvaguarderebbe la propria persona in attesa del provvedimento detto "Lodo Schifani". La norma servirà a evitare che "si possa usare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato". Come dire: alla faccia dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Le due proposte, però, non riguardano solo la sospensione dei processi, ma indicano ai magistrati anche quali procedimenti devono affrontare per primi. Secondo queste norme, quindi, i tribunali dovranno presto occuparsi prima dei reati gravi (es. quelli punibili con una pena superiore ai dieci anni, ergastolo, criminalità organizzata, la tratta delle persone, terrorismo ecc) e poi, con calma, del resto. Il premier tiene a precisare che è ovvio che coloro che non vorranno usufruire della sospensione potranno continuare con l'attuale sistema fino alla sentenza. Coloro che ne beneficeranno potranno, entro tre giorni dall'eventuale sospensione, arrivare al patteggiamento a processo iniziato. Una specie di patteggiamento "allargato" che potrà essere richiesto e concesso nonostante il rifiuto del Pm e del giudice. Durante la sospensione, inoltre, la prescrizione verrà bloccata e riprenderà partendo "dal giorno in cui è cessata".

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venerdì, 13 giugno 2008

Tinti: "I politici vogliono sottrarsi ai controlli"

Red.,   12 giugno 2008, 15:14

Tinti: Intercettazioni/1     

In una lunga intervista resa al settimanale Espresso il procuratore aggiunto di Torino smantella, punto per punto, la tesi dei sostenitori del pugno di ferro contro l'uso delle tintercettazioni telefoniche nei procedimenti penali. E spiega: " Non è vero che gli utenti intercettati sono centomila. La privacy è un falso problema. In Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le sue porcherie"



Davvero esiste in Italia un'emergenza intercettazioni? "L'Espresso" ha interpellato il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, autore tra l'altro del bestseller 'Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa", 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause del mal funzionamento dei tribunali in Italia. Per Tinti, pubblica il settimanale nel numero in edicola da domani, "questa lotta alle intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità. Perché tutti gli argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi...".

E anche il dato citato dal ministro Alfano, che afferma che in Italia si intercettano ogni anno più di 100mila persone, secondo Tinti è un "dato non veritiero. Perché si fa confusione tra utenze ed utenti. Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che possono benissimo essere 100 mila, e un conto è il numero degli intercettati. A Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci utenze a persona. Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere intercettato. E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le attività criminali. Noi quindi andiamo a caccia dell'apparecchio buono. Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e passiamo agli altri. Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello esatto".

Quanto all'aumento negli ultimi anni delle intercettazioni, per Tinti "è falso che si tratti di una crescita abnorme. Anche in questo caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una cosa non vera. E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle intercettazioni. Ma la seconda curva sale meno della prima. E' anzi molto più bassa".

Tinti invita a "guardare un'altra curva, quella dei reati. Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto l'anno precedente. Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti. Ma allo stesso modo, non in misura maggiore. Noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli d'indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300 fascicoli vengono richieste intercettazioni".

C'è poi il problema dei costi. Alfano dice che per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.
"Altra cosa non vera. Nel 2007 - continua il procuratore aggiunto di Torino - lo Stato ha messo a bilancio per la giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli ascolti. Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle sue voci, le 'spese di giustizia' appunto, che ricomprendono anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte. Un apparato completo per le intercettazioni "come quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro. Solo che noi lo noleggiamo e così di milioni all'anno ne spendiamo quattro. Insomma, l'hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi. E visti i prezzi, una volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni, cosa che oggi non avviene, continuando a risparmiare. Ma non basta, perché con un apparato simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del Piemonte. Ma per farlo - osserva Tinti - bisogna centralizzare i punti d'ascolto".

A chi osserva che le indagini sono ormai intercettazioni-dipendenti, Tinti replica che "la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e noi li seguiamo a piedi. Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si lamenta per il declino dello stetoscopio... Ma come si fa a dire una cosa del genere?".

Anche l'argomento della privacy "è un discorso finto, utilizzato da chi nella classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie malefatte. Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la pubblicazione di un sms di Anna Falchi. Voglio dire: c'è una signora, che si è tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato intercettato un messaggio in cui diceva 'tanti baci caro, ti amo'. Certo, si poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo sia il punto. E' una questione di costi e benefici. Se vogliamo combattere il crimine bisogna accettare l'intromissione nella sfera privata di pochi cittadini. Per fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le uova. La verità -rileva- è che sui giornali non avviene quasi mai una violazione ingiustificata della privacy".

La violazione ingiustificata della privacy, spiega Tinti all'Espresso, "si verifica solo quando vengono resi noti fatti privati di persone verso le quali non esiste un interesse pubblico. La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito finisca sulla stampa. Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le classi dirigenti. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono pubblicare una volta che l'indagato ne ha avuto conoscenza. Per farlo non è necessario attendere il processo. Se l'episodio è rilevante l'opinione pubblica non può aspettare dieci anni prima di sapere. Non è forse giusto che i cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall'ex governatore di Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005? A me pare di sì".

Quanto ai fatti non penalmente rilevanti, "se fanno capo a un uomo pubblico interessano l'opinione pubblica. Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha commesso reati. Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente conosciuti dai cittadini. E il discorso vale pure per me. Se io, che sono un magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non commetterei un reato. Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la mia privacy? Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela dei propri panni sporchi. Non risponde a un'esigenza etica. E' la dimostrazione -conclude il procuratore aggiunto di Torino- che in Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso protagonista".

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domenica, 01 giugno 2008

Taglio dell’Ici? Con i soldi per la violenza alle donne


 mara carfagna ministro pari opportunità
Il ministro Carfagna
Alla faccia della sicurezza. Nell’era del Berlusconi IV, non paghi la tassa sulla prima casa ma, se sei una donna, devi sperare che non ti capiti mai nulla. L’ultima trovata del governo è una delle più vergognose. Spulciando i complicati numeri relativi alle misure finanziarie per il taglio dell’Ici si scopre infatti che tra i capitoli di spesa tagliati per recuperare soldi c’è pure il Fondo per le donne vittime di violenza. Lo aveva istituito Prodi nell’ultima finanziaria: 20 milioni di euro destinati al sostegno delle vittime e alla prevenzione.

Insorgono le parlamentari dell’opposizione e le associazioni di difesa delle donne. Telefono Rosa, storica rete di salvataggio per le donne che hanno subito violenze dentro e fuori le mura di casa, è indignata: «Questa decisione è infamante – tuona la presidente Gabriella Carnieri Moscatelli - Mi sento di dire, come già ha detto qualcuno, che siamo di fronte al funerale delle donne visto che le risorse che dovrebbero finanziare i diritti di chi subisce uno dei crimini più orrendi, appunto lo stupro, vanno per l'Ici, a vantaggio magari di proprietari che vanno in giro con una Maserati o una Ferrari».

Arcidonna denuncia questa «vergognosa mossa finanziaria che offende i milioni di donne che nel corso della loro vita hanno subito violenze. Da un lato – ricorda la presidente Valeria Ajovalasit – si proclama la tolleranza zero per reprimere le violenze, dall'altro si vanificano gli sforzi di chi opera sul territorio per contrastare concretamente questo fenomeno, che, voglio ricordare, riguarda solo in minima parte i crimini commessi dai migranti: è all'interno della famiglia, infatti, che avviene la stragrande maggioranza delle violenze sulle donne».

Il coro è tutto rivolto al neo ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. «Vorrei capire cosa intende fare», si chiede Vittoria Franco, ministra ombra delle Pari Opportunità. «Appare comunque chiara – aggiunge – la visione del governo Berlusconi su questa questione. Si vuole ricondurre il problema della violenza contro le donne all'immigrazione, quando il fenomeno è molto più complesso e riguarda per lo più la violenza familiare».

La Carfagna ha già risposto, ma non convince: «A dispetto dei polveroni della sinistra, che guarda più alla forma che alla sostanza, sarà mia cura fare in modo che questa normativa ed i fondi, che ad essa verranno collegati, si traduca in azioni concrete per le donne».

Guardando alla sostanza, interviene l’ex ministro Barbara Pollastrini, che fortemente volle quel Fondo. I tagli, ricorda, non consentirebbero più l’esistenza «dei numeri verdi, dell'informazione a quante si sentono minacciate, dei centri antiviolenza, delle case per le donne maltrattate e offese, del monitoraggio delle molestie».
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domenica, 01 giugno 2008

Tribunali militari, il governo si tiene i fannulloni


 ingresso tribunale, giustizia
Non si chiudono i tribunali militari. Lo ha deciso il governo Berlusconi, in controtendenza con la norma approvata nella finanziaria 2008 del governo Prodi. Evidentemente al nuovo esecutivo non fanno gola quei 848 milioni di euro che lo Stato avrebbe risparmiato con la chiusura di molti tribunali militari che, da quando la leva non è più obbligatoria e la diserzione è sparita, sono ormai dei palazzoni con pochissime ragioni d’essere. E sì che di soldi da reperire per il taglio dell’ici ne servono, ma a palazzo Chigi preferiscono prenderli dal Fondo contro al violenza sulle donne e da quello per le infrastrutture in Sicilia.

Ma i Tribunali militari, no, quelli devono rimanere in vita. Anche se, come dichiarato da Roberta Pinotti, ministro ombra alla Difesa «non se ne comprendono le ragioni». Sono gli stessi magistrati militari ad aver ammesso che «sono pagati per non fare niente». Secondo quanto stabilito dal governo Prodi, i giudici dei Tribunali militari e il personale di cancelleria sarebbero passati alla magistratura ordinaria, «con gli effetti positivi che ne sarebbero derivati», sottolinea Pinotti.

«Stiamo parlando di 106 magistrati militari per un totale di 160 reati nello scorso anno – prosegue ancora il ministro ombra alla Difesa – un indubbio utilizzo poco oculato delle risorse dello Stato. Oltre a chiederci i motivi di questa decisione – prosegue – ci chiediamo anche dove il Governo troverà le risorse per avere la copertura finanziaria. Queste mie domande saranno oggetto, la prossima settimana di un'iniziativa parlamentare mirata a chiarire questa situazione che – conclude – riteniamo assai grave e che pare essere in netto contrasto con le dichiarazioni del ministro Brunetta in merito all'efficienza della Pubblica Amministrazione».

Pubblicato il: 31.05.08
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