sabato, 31 maggio 2008

Cara Carfagna, non siamo d'accordo

Rete Nazionale Femminista e Lesbica,   30 maggio 2008, 14:32

Cara Carfagna, non siamo d'accordo Lettera aperta     La politica del governo in merito alla questione femminile non convince molte donne, così come l'atteggiamento della ministra per le Pari Opportunità. Entrambi espressione di una cultura che aspira a limitare la capacità di scelta e di autodeterminazione



Egregia Ministra Carfagna,
abbiamo letto con attenzione la sua "lettera al direttore" di Repubblica nella quale descriveva le sue considerazioni sulla questione della violenza alle donne.
Siamo certe: le 150 mila donne, femministe e lesbiche che hanno partecipato al corteo contro la violenza maschile dello scorso 24 novembre non ne condividono il contenuto.
La causa delle violenze degli uomini non risiede nella presunta fragilità delle donne.
Noi sappiamo che la famiglia è il luogo all'interno del quale si realizzano prevalentemente le violenze.

Questo dato contrasta nettamente con il fatto che la famiglia sia eletta al ruolo di "ammortizzatore sociale". Essa diventa una direzione obbligata dal sistema welfare di questo Stato che non provvede alla soluzione della precarietà di tante persone, che non permette alle donne di essere autosufficienti e che anzi chiede loro di supplire nei compiti di cura che altrimenti nessuno svolgerebbe.

Noi crediamo che la famiglia, qualunque essa sia e da chiunque sia composta, debba essere una "scelta" e non un obbligo.
Promuovere una politica familista all'interno della quale è ammesso un unico modello di sessualità è il modo migliore per legittimare una cultura discriminatoria e sessista di per sé veicolo di violenza.

Riteniamo pericoloso assegnare alle separazioni, ai divorzi e all'affidamento dei figli e delle figlie la causa delle tensioni che determinano gravissime tragedie all'interno dei nuclei familiari.
Una simile considerazione non tiene conto dei dati che dimostrano che la maggior parte delle violenze da ex coniugi avviene in occasione degli incontri tra padre e madre per lo scambio del figlio. Stiamo parlando di quei tanti casi in cui l'affido condiviso è stato concesso nonostante la presenza di denunce per violenze e maltrattamenti nei confronti del coniuge ed è stata data all'ex la opportunità di continuare a fare del male a moglie e figlio.

Sappiamo inoltre che sono tanti i casi in cui bambini e bambine vengano uccisi assieme alle mamme proprio dai padri che intendono l'intera famiglia quale proprietà. Ed è questo l'aspetto fondamentale sul quale la cultura non interviene: il possesso.

Non sono passati molti anni da quando è stata eliminata la figura del capofamiglia e dal momento in cui il padre è stato privato dello ius corrigendi, il diritto di correzione di ogni membro della famiglia. E' di quella modalità che stiamo parlando, prima legalizzata e ora culturalmente legittimata.

Lei per prima si fa veicolo di questa cultura nel sostenere la Sua posizione contraria all'interruzione di gravidanza. Perchè equivale a dire che le donne non possiedono il proprio corpo e non hanno il diritto di autodeterminarsi. Delegittimare le donne nelle proprie scelte rafforza quella visione che le immagina bisognose di tutori che decidano per loro quasi non fossero in grado di intendere e volere.

Il messaggio che Lei trasmette è che le sole donne che non meritano di essere picchiate o, peggio, uccise, sono quelle che si dedicano alla famiglia. Secondo questi parametri è facile che gli uomini si sentano in diritto di dover esercitare su di noi una sorta di controllo sociale e che si sentano autorizzati a reintrodurre il loro sistema di correzione per insegnarci a non essere mai in contraddizione con i ruoli che proprio questa cultura patriarcale ci assegna.

Bisogna anche intervenire praticamente, siamo d'accordo, ma non nel modo che intende Lei. Di sicuro non ci sembra un gran segno di "concretezza" il fatto che il governo tagli il fondo di 20 milioni di euro per la prevenzione e il sostegno alle vittime della violenza sessuale. Anzi questo ci dimostra che avevamo ragione: il governo usa i nostri corpi per legittimare la propria politica razzista e poi ci sottrae fondi indispensabili per attuare una politica contro la violenza.

Ecco invece quanto noi intendiamo per "concretezza. E' necessario investire sulle possibilità di autodeterminazione delle donne. Abbiamo bisogno di interventi strutturali che stabiliscano delle priorità difficili, non plateali come l'adozione di eserciti o più polizia. Non serve un sistema di leggi che rafforzino il modello securitario. Dentro le nostre case serve che noi siamo in grado di difenderci. Abbiamo diritto ad una abitazione e ad un lavoro che ci permettano di vivere autonomamente senza dover restare a sopportare violenze perché piegate alla dipendenza economica dai mariti. Abbiamo bisogno che i centri antiviolenza non dipendano dagli umori degli amministratori locali ma che vengano stanziati fondi nazionali che ne garantiscano l'operatività. Abbiamo bisogno che i genitori non siano prescrittivi nei confronti delle preferenze sessuali delle proprie figlie e dei propri figli. Non ci deve essere nessun genitore autorizzato ad accoltellare una figlia perché è lesbica.

Le azioni del Ministero delle Pari Opportunità dovrebbero essere improntate a riconoscere e promuovere le nostre reali necessità. Sia garante della concreta promozione dei diritti umani delle donne, primo tra tutti il diritto ad una vita libera dalla violenza, il diritto alla scelta su cosa fare della nostra vita e dei nostri corpi, così come voluto dalle principali convenzioni internazionali.

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venerdì, 16 maggio 2008
Violentata lavoratrice romena
La donna faceva le pulizie in un call center quando è stata aggredita e minacciata
con un taglierino da un italiano, convivente della datrice di lavoro. I soccorsi in un bar

di Massimiliano Di Dio
L’ha minacciata con un taglierino e poi l’ha violentata perché, ha confidato in modo agghiacciante ai poliziotti, «L’uomo non si accontenta di una sola donna». E lui, A.A. italiano di 39 anni, la sua vittima, una romena di 38 anni, è andato a cercarla nel call center gestito proprio dalla sua convivente, zona piazza Vescovio. Lì ieri intorno alle 6.30 la donna, dipendente di una cooperativa di servizi di pulizia, era andata a lavorare come ogni mattina. Ma quella che doveva essere una normale giornata di lavoro, ben presto si è trasformata in un incubo. Con pesanti avances, l’aggressione alle spalle, le minacce e quindi lo stupro. Lui che si allontana e lei che fugge in un bar da dove scatta l’allarme. L’uomo è stato arrestato poco dopo dalla squadra mobile di Roma. In mano aveva ancora il taglierino. «Ho fatto una stupidaggine» ha confessato agli agenti.
Ancora un’orribile violenza nella capitale. Ancora una donna vittima di abusi sessuali. Dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto. Dopo l’aggressione della ragazza africana a La Storta. Questa volta, però, la vittima è romena. E il suo carnefice, A.A., è un romano di 39 anni. Segno che la crudeltà non ha nazionalità. Ma deve pur sempre fare notizia.
Tutto è iniziato ieri mattina verso le 6.30. La trentottenne si trova già all’interno del call center. Deve pulire ogni stanza prima dell’arrivo del personale. Improvvisamente sente qualcuno aprire la porta. È appunto il convivente della responsabile della società. «Sono venuto a cercare una cosa» spiega. I due si conoscono, la donna continua a lavorare. Poi d’un tratto accade qualcosa. L’uomo inizia a fare pesanti avances alla romena. «Sei molto attraente» le sussurra. La donna cerca di allontanarsi. Ha paura e prova anche a usare caute tecniche dissuasive. Gli dice: «Sono sposata con figli. E anche lei ha una compagna». Ma lui non vuole sentire ragioni e diventa sempre più aggressivo. Tira fuori un taglierino, la prende alle spalle e, sotto minaccia, prima la porta nell’unica stanza dove non ci sono telecamere. Poi la costringe a subire una violenza sessuale. Quando tutto sembra essere finito, il romano avverte: «Stai zitta o ti uccido». Quindi va via. La romena è sotto shock. Attende qualche minuto e poi scappa, trovando rifugio in un bar poco distante dal call center. Alcuni avventori ascoltano il suo racconto e chiamano la polizia. Tutto avviene in pochi minuti. E altrettanto rapida è la cattura del carnefice da parte della squadra mobile di Roma.
Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono rosa, e Monica Cirinnà, consiliere comunale, hanno offerto alla vittima aiuto : «Non ci devono essere vittime di serie A e di serie B», hanno detto denunciando il clima di «caccia alle streghe» nei confronti di immigrati e rom. «Vergognoso silenzio» ha definito anche il segretario del Pd , l’assenza di condanne da parte di quanti, di fronte a vicende analoghe che hanno visto, purtroppo, vittime donne italiane e carnefici uomini stranieri, hanno espresso ferme condanne, ovviamente giuste e condivise da tutti.


CONOSCEVA la sua vittima A.A,, italiano, 39 anni: «Stai zitta o ti uccido»

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venerdì, 16 maggio 2008
California, incostituzionale il divieto delle nozze fra gay
La Corte Suprema ha annullato l’esito del referendum che definiva legali solo i matrimoni tra persone di sesso diverso

/ New York

LE COPPIE GAY potranno sposarsi in California. La Corte Suprema ha sentenziato che lo Stato Usa non può proibire i matrimoni gay
dichiarando costituzionalmente illegittimo il divieto imposto invece a suo tempo dalle autorità californiane.
Una sentenza d’importanza storica, che di fatto apre la via alla libera celebrazione di unioni riconosciute dalla legge tra persone del medesimo sesso, e che è suscettibile di avere ripercussioni ben al di là dei confini statali, per fare anzi scuola a livello nazionale. «Non siamo in grado di affermare che il tenere ferma la tradizionale definizione di “matrimonio” corrisponda a un interesse statale da far rispettare», recita il dispositivo della sentenza, che definisce «incostituzionali» le disposizioni che circoscrivono le nozze solo a persone di sesso opposto.
Il verdetto ha concluso una battaglia legale iniziata quattro anni fa, quando l’elettorato californiano approvò per referendum un provvedimento normativo con cui si stabiliva che soltanto i matrimoni tra uomini e donne sarebbero stati riconosciuti legalmente.
«Limitare la definizione di matrimonio a un’unione “tra un uomo e una donna” - scrive nella sentenza il presidente del collegio, Ron George - è anti-costituzionale e dev’essere eliminato dal testo legislativo». È insomma prevalso il principio della non-discriminatorietà della legge.
La corte californiana ha rovesciato il bando di stretta misura: quattro giudici a favore e tre contro. L’azione legale che ha portato alla decisione era stata iniziata dal comune di San Francisco, una ventina di coppie gay e lesbiche, Equality California e altri gruppi gay nel marzo 2004 dopo il blocco dei matrimoni.
La sentenza potrebbe anche avere ripercussioni nella corsa alla Casa Bianca: secondo gli analisti dovrebbe favorire il senatore repubblicano John McCain, candidato del suo partito alla successione di George W. Bush, che si è detto fermamente contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche i democratici Hillary Clinton e Barack Obama non sono favorevoli alle nozze gay, per loro dichiarazione, ma lasciano aperta la porta alle unioni civili.
La questione non è comunque chiusa. I fautori del bando sono pronti a presentare un emendamento alla Costituzione della California per impedire che i matrimoni gay possano di nuovo ad essere celebrati.
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