mercoledì, 30 aprile 2008

Sinistra democratica che fare?

Dopo la pesante sconfitta del 13 e 14 aprile, è ineludibile la domanda: serve ancora Sinistra democratica? Noi pensiamo che possa servire, perché c'è in Italia uno spazio politico, sociale e culturale a sinistra del PD, e perché in campagna elettorale i quadri e i militanti di SD hanno mostrato di esserci, numerosi e combattivi.
Per rilanciare l'iniziativa di SD, bisogna però recuperare due elementi centrali nella nostra originaria proposta, - la cultura di governo e l'identità socialista - abbandonati nei successivi drammatici mesi, e bisogna dare  una struttura, leggera e democratica, al nostro movimento.
Il 5 maggio dell'anno scorso parlammo (tra l'altro) di una "sinistra di governo". Questa  non c'è stata nell'ultimo biennio, e non per nostra responsabilità. Sia ben chiaro, non parliamo di una sinistra che voglia governare ad ogni costo, e che subordini tutto alla conquista e al mantenimento del potere. Questa è stata la strada seguita dalla maggioranza dei DS prima e dal PD poi. Ha portato anche loro a una pesante sconfitta.
Parliamo di una sinistra che parta dai suoi ideali e dai suoi valori, e da una cultura critica del mondo in cui viviamo. Ma che sappia tradurre gli uni e l'altra anzitutto nel radicamento nella società, in secondo luogo in concrete indicazioni per il cambiamento, infine in una credibile proposta politica, a partire dalle alleanze (politiche e sociali). E si ponga quindi l'obiettivo di costruire un nuovo centro-sinistra.
Seconda questione. Ci siamo chiamati "Sinistra democratica per il socialismo europeo". Ma la seconda parte del nostro nome è scomparsa. Va ripresa e rilanciata. Anche perché esiste in Italia un mondo socialista (una cultura politica, e un elettorato potenziale) certamente non limitato allo zero virgola qualcosa per cento. E' possibile che affermare la nostra identità socialista ponga un problema a una parte delle forze con cui va costruito il nuovo partito della sinistra. Ma questa difficoltà non è una ragione sufficiente per rimuovere il tema. Anche perché sarebbe riduttivo chiamarsi socialisti solo per definire un'identità o un'appartenenza organizzativa. Socialismo oggi vuol dire porre il tema del governo, nei termini che abbiamo cercato prima di indicare sommariamente. Del resto, se stessimo in un altro paese europeo saremmo nel partito socialista di quel paese, e ne costituiremmo l'ala sinistra.
Infine, il percorso delle prossime settimane. Dobbiamo assumere scelte politiche di fondo, e le conseguenti iniziative nel paese e verso gli altri partiti della sinistra; decidere il necessario rinnovamento del gruppo dirigente; assicurare la presenza nel territorio.
L'idea che sarebbe stato inutile, anzi dannoso, darsi un minimo di regole e di struttura (per evitare di fondare un nuovo "partitino") si è rivelata alla prova dei fatti un'illusione. L'illusione di avere più tempo, e l'illusione che comunque il nuovo soggetto politico della sinistra (unitario e plurale) era a portata di mano. Così non è stato e non è.
Per questo riteniamo che Sinistra democratica deve darsi da subito una struttura, leggera e democratica. Come farlo?
Fra le molte promesse mancate di Sinistra Democratica troviamo di certo quella di un nuovo modo di far politica. La critica alla riduzione oligarchica dei processi democratici, alla mancanza di partecipazione da parte di iscritti e militanti, alla assunzione di decisioni in sedi ristrette e poco trasparenti era stata per molti decisiva nella scelta di uscire dai DS con l'ultimo congresso. Pensavamo che nel PD non sarebbe andata meglio. Anche per questo abbiamo scelto un'altra strada. Ma quella che abbiamo preso non ha realizzato le speranze.
Pensiamo che, dopo la catastrofe del voto, la musica debba cambiare. Abbiamo affrontato una campagna elettorale difficilissima. Compagne e compagni in tutto il paese si sono battuti fino all'ultimo, per un risultato che diventava ogni giorno più difficile. Ora, dopo il terremoto, a loro dobbiamo rivolgerci perché indichino la strada da seguire e scelgano il nuovo gruppo dirigente.
Per questo non ci persuade l'idea di tornare al Comitato promotore, perché elegga un altro coordinatore, che formi una nuova presidenza, che apra un dibattito dai contorni e delle modalità imprecisate. Il Comitato promotore era ed è in buona parte diretta filiazione del congresso DS. Doveva avere una funzione transitoria, e per questo il nostro Statuto provvisorio - consultabile sul sito - gli assegna esclusivamente il compito di "lanciare la fase di adesione al Movimento". Quella fase è alle nostre spalle. E' giusto e corretto che a partecipare e a decidere  le scelte di oggi siano le compagne e i compagni che oggi, qui ed ora, hanno fatto o confermato le loro scelte e sono scesi in campo.
Proponiamo un altro percorso per SD. Un percorso innovativo, un pezzo di riforma della politica. Convocare  al più presto assemblee territoriali, per esempio a livello provinciale, di tutte le compagne e i compagni che hanno aderito a SD, hanno partecipato alla campagna elettorale, e intendono proseguire il loro impegno nel nostro Movimento. Assemblee aperte a tutti quelli che a sinistra volessero partecipare e contribuire. Assemblee che sarebbero per noi l'equivalente di una grande primaria democratica sul progetto, perché convocate per discutere di politica, e non per l'elezione plebiscitaria di un  leader. E che, sulla base della discussione politica, eleggano i propri rappresentanti per una grande Assemblea nazionale chiamata a decidere, entro giugno, sulla linea politica e sul nuovo gruppo dirigente nazionale.
Noi e la sinistra abbiamo bisogno di cambiamento vero. E non possiamo consentirci altri errori. Il primo errore sarebbe non dare la parola, per decidere davvero, a tutti coloro che si sono guadagnati sul campo tale diritto.


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lunedì, 21 aprile 2008

Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada

Fulvia Bandoli,   18 aprile 2008, 15:47

Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada L'intervento     Nonostante gli Stati Generali, dove tutti i dirigenti si erano dichiarati pronti a promuovere una costituente per l'unità, hanno prevalso i piccoli egoismi. Siamo così arrivati tardi all'appuntamento del voto, presentando solo una lista elettorale. Ora bisogna lavorare a formulare un progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ma in modo democratico e unitario, superando la maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme



Sarà un pezzo più lungo di quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio.
Il Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta inchiodato a oltre nove punti di distanza, Berlusconi torna al governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati dall'appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è servito) e dall'astensione di un'altra parte delusa dall'operato del Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.
Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante maturata nell'ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino incredibili errori.

Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel 2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il nostro dire e il nostro fare c'è stato di mezzo il mare. Abbiamo sprecato un anno. Nonostante gli Stati Generali in dicembre , dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano dichiarati pronti a promuovere e a farsi "travolgere" da una costituente della sinistra, capace di risvegliare la partecipazione alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure, piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo così arrivati tardi all'appuntamento delle elezioni anticipate, solo con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento sociale.

Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di scomparire, che bisognava difenderne l'esistenza. Questo appello non poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia sensibile al mantenimento di una sinistra nel suo paese egli vuole capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche, nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste, condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi, è risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo, paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l'aver dato una immagine totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità profonda e mai superata.

Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta, rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l'eventuale progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza prese in giro qual è la proposta politica e il progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della sinistra che vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .

Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito ritornello, che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi, i socialisti con i socialisti, ripropone solo la congenita e maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme. E' una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che andrebbe solo verso il suo esaurimento. Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di trasferirci armi e bagagli nel Pd: mi pare anche questa una proposta disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come potremmo ritrovarci in un partito che, per sua stessa ammissione, non è e non vuole essere un partito di sinistra?

Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd: come e chi ridarà forza ad una sinistra in Italia? Come ricostruirla? E su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l'obiettivo di una sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate dall'ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture (ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.

Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette : "Se non si cresce non c'è nulla da ridistribuire. La crescita prima di tutto e il Pil come totem". Questo è stato il tema della campagna elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante di quella del Pd. La sinistra parte da altri presupposti: è una forza politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il coraggio di dire al paese cosa deve crescere e cosa invece deve decrescere. Devono crescere, ad esempio, i servizi immateriali, i trasporti di merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli stipendi, la sicurezza e il ruolo sociale del lavoro, l'agricoltura non modificata, le reti idriche, l'edilizia di manutenzione e di recupero, l'impresa sociale, i diritti. Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e finanziarie, l'uso di cemento che ci vede tra i primi paesi nel mondo, il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei consumi, dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche attraverso indirizzi chiari e forti dello stato in economia.
Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro obiettivo e la riconversione ecologica dell'economia è l'insieme di riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la sSinistra non ha saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all'acqua. Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una parte enorme di persone non ha accesso all'acqua e da qualche settimana neppure al cibo minimo? Che l'acqua resti un bene comune, un diritto, e che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo indifferenziato la produzione di un paese, non ci parla degli squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si disperde. Il Pil è un indicatore nudo e crudo.
Lo consideriamo, ma non è la bussola della sinistra. A noi interessa il benessere economico netto. Il disco rotto della crescita indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di buono cresce. Noi lavoriamo invece per l'aumento della qualità sociale e ambientale dello sviluppo.

Se queste (e molte altre ancora) sono alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al nostro interno.
Si tratta del fatto se la sinistra alla quale pensiamo debba avere oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo. Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori, i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi complessi presentavano. Si può stare all'opposizione con una solida cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la Campania insegna). Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso, anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.

Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L'unica forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra, di vivere senza democrazia. Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell'ascolto, del ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.
Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.
Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare più responsabilità di altri. Vendola in una sua recente intervista su Liberazione ha detto che c'è necessità di un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una parte ma abbiamo anche un po' di tempo. Rifondazione è alle prese con un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio, dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro partecipazione, legame con i territori e discussione politica. Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo...e poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.

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lunedì, 14 aprile 2008
 
Sono nata a Roma, nel quartiere di Torpignattara.

Da diversi anni mi occupo dei
problemi delle persone tossico-dipendenti e di immigrati extra-comunitari.

Ho iniziato fin da giovane a militare nelle file del PCI e poi dei DS , a seguito della nascita
del Partito Democratico, ho deciso di aderire a Sinistra Democratica, organizzazione
nella quale tuttora milito.
 
                                                                                                    
"Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” E. Berlinguer
 
il 13 e 14 aprile al VI Municipio
vota la Sinistra, l'Arcobaleno
scrivi BURATTI
 
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lunedì, 14 aprile 2008
Il 13 e il 14 aprile sono
un’occasione da non
perdere per una Sinistra
capace di influire nella
situazione politica e di
pesare nella storia d’Italia.
Se non ci fosse La Sinistra l’Arcobaleno il risultato
Che uscirebbe dalle urne che si apriranno il13e14
aprile prossimo sarebbe quello di un paese,
unico in Europa, senza più alcuna forza politica
rappresentata in parlamento che si autodefinisca
di sinistra.
Ma la sinistra esiste, nella della società italiana,
nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, nella cultura
e nella scienza, tra gli uomini e le donne precarie
nel lavoro e nella vita che combattono per
cambiare la propria condizionee quella degli altri.
La sinistra esiste nella libertà e nella
Responsabilità delle donne di fronte alla nascita e
alla morte, ed esiste nei movimenti per la pace
che, di fronte al boom planetario delle spese
militari,si battono per il disarmo.
Esiste perché ci sono valori e ideali che l’hanno
fatta vivere nel corso della storia e sono proiettati
nel futuro, che parlano di solidarietà, di
uguaglianza, di giustizia sociale, di un nuovo
equilibrio tra uomo e natura,di partecipazione.
Questa sinistra esiste e ha bisogno di una forma,
di un luogo grande, spazioso che sappia dare
rappresentanza e voce alle mille differenze di cui
si compone.
La Sinistra l’Arcobaleno non è un cartello
elettorale, vuole essere il primo mattone di questa
casa – e tante sono le case della Sinistra
l’Arcobaleno nate in queste cinque settimane di
campagna elettorale-.
Certo è la lista da votare e da far votare domenica e
lunedì prossimo, ma è soprattutto un progetto: il
progetto di unificare la sinistra, di dare vita ad un
nuovo soggetto unito e plurale, che viva nel futuro
prossimo venturo e in quello più lontano.
Un soggetto capace di raccogliere non solo le
formazioni note e organizzate che hanno una
rappresentanza istituzionale, ma tutti coloro che
si sentono di sinistra, che non si sentono
rappresentati e che sperano che questa loro idea,
i loro valori e i loro principi abbiano una storia
ancora da scrivere.
 
Buon voto a tutti.
 
                                       Fabio Mussi
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domenica, 13 aprile 2008

Celeste Buratti al municipio

 

Sono nata a Roma, nel quartiere di Torpignattara.

Da diversi anni mi occupo dei
problemi delle persone tossico-dipendenti e di immigrati extra-comunitari.

Ho iniziato fin da giovane a militare nelle file del PCI e poi dei DS , a seguito della nascita
del Partito Democratico, ho deciso di aderire a Sinistra Democratica, organizzazione
nella quale tuttora milito.

 

                                                                                                    

"Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” E. Berlinguer

il 13 e 14 aprile al VI Municipio
vota la Sinistra, l'Arcobaleno

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mercoledì, 09 aprile 2008

Pillola giorno dopo, Turco: segnalate i disservizi


 Livia Turco, ministro Salute
Questa volta il ministro della Salute Livia turco si rivolge direttamente ai cittadini, alle donne, che non sono riuscite a ad avere la prescrizione della pillola del giorno dopo, il contraccettivo di emergenza previsto dal servizio sanitario nazionale e che, stando alle cronache e alle testimonianze che si susseguono in questi giorni, alcuni medici del servizio sanitario rifiutano loro opponendo l'obiezione di coscienza. E Livia Turco chiede che le «difficoltà di prescrizione» vengano girate al ministero che «avrà cura» di fare le opportune segnalazioni alle Regioni e alle Asl competenti perchè «farsi carico di questa domanda di assistenza è un dovere delle istituzioni». Un invito al quale il ministro unisce un nuovo appello alle Regioni per l'adozione dell'atto di indirizzo sulla legge 194.

«A seguito delle notizie riportate dalla stampa sulle difficoltà riscontrate in diverse località italiane per ottenere la prescrizione presso le strutture del Servizio sanitario nazionale della "pillola del giorno dopo" - si legge nel comunicato del ministero - il ministro della Salute Livia Turco invita i cittadini a segnalare tali casi all'Ufficio relazioni con il pubblico (Urp) del ministero della Salute. Sarà cura del ministero inviare tali segnalazioni alle Regioni e alle Asl di competenza per facilitare l'adozione di misure che evitino disfunzioni nel servizio».

«È nostra intenzione - ha spiegato il ministro Turco - offrire ai cittadini un canale in più per segnalare disfunzioni o mancate risposte di assistenza su un terreno così delicato come quello della contraccezione d'emergenza». «Pensiamo infatti - sottolinea il ministro - sia dovere delle istituzioni farsi carico di questa domanda di assistenza facendo sì che nessuna donna sia lasciata sola in momenti difficili della propria vita, come può essere quello che la vede preoccupata per una possibile gravidanza non voluta».

«A tal fine - prosegue Turco - rivolgo ancora una volta un appello alle Regioni e Province autonome italiane affinché adottino l'atto di indirizzo predisposto dal ministero della Salute per la piena applicazione della 194». «Nel documento, che - sottolinea il ministro - purtroppo non si è potuto trasformare in un'intesa Stato Regioni per il veto posto dalla Lombardia e dalla Sicilia, nonostante il parere favorevole di tutte le altre Regioni, si prevede che la prescrizione della contraccezione d'emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo contestualmente che le Regioni debbano assicurare la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario».

«In sostanza - ha concluso il ministro - con questo atto di indirizzo ci poniamo l'obiettivo di garantire la prestazione di interruzione volontaria di gravidanza ma anche, e direi soprattutto, le azioni finalizzate a prevenire l'aborto. E la pillola del giorno dopo è uno strumento di prevenzione dell'aborto, come lo sono tutti i contraccettivi sui quali lo stesso atto di indirizzo insiste affinché i Consultori attuino appositi programmi di informazione e sensibilizzazione per una procreazione responsabile».

L'ufficio relazione con il pubblico - ricorda il comunicato - è attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 12.00, con risposte telefoniche ai numeri 0659942378 - 0659942758, oppure può essere contattato via mail a qualsiasi ora e giorno della settimana (le segnalazioni verranno esaminate entro le successive 24 ore ed entro le 48 ore durante il fine settimana) entrando nel sito www.ministerosalute.it e cliccando sulla sezione dedicata all'Urp e poi su "scrivi all'Urp".


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martedì, 01 aprile 2008

Buon compleanno Ingrao!

Andrea Camilleri,   31 marzo 2008, 18:37

Buon compleanno Ingrao!     Pubblichiamo la lectio magistralis tenuta dallo scrittore siciliano in occasione dei 93 anni del leader comunista. Una dichiarazione di stima e di affetto condita da ricordi e riflessioni sulla storia del nostro Paese


Devo confessare che ogni volta che mi si chiede di tenere un incontro pubblico, da altri nell'invito definito come "lectio magistralis", mi vengono, come si usa dire, i sudori freddi.
In primo luogo perché non mi ritengo in grado d'impartir lezioni d'alcunchè ad alcuno e in secondo luogo perché fortemente dubito che magistralis la presunta lectio possa definirsi per concetto e per forma.
Consentitemi perciò di parlarvi con molta semplicità, a mio e a vostro agio. E parlarvi nemmeno da scrittore, ma da cittadino qualsiasi che però, dal 1942 ad oggi ha seguito, e continua a seguire, le vicende politiche del nostro paese, a lungo militando già fin dall'ottobre del 1943, ma tenete presente che gli Alleati sbarcarono in Sicilia nel luglio di quello stesso anno, nel P.C. I. con alterne vicende.
Dirò subito che ho accettato con slancio l'invito di portare la mia testimonianza per il compleanno di Pietro Ingrao perché, nell'unica volta che l'ho incontrato di persona, in occasione della presentazione a Roma del libro di suo nonno Francesco, fui sommerso da una timidezza improvvisa e tale da non consentirmi d'esprimergli la profondissima stima, la grandissima ammirazione e tutta l'intensità dell'affetto che nutrivo, e nutro, per lui.
Perché Ingrao ha la rarissima dote di suscitare, oltre a rispetto, stima, considerazione, anche simpatia umana pure in chi personalmente non lo conosce e lo vede effigiato o in televisione. Perciò ho colto al volo l'occasione che mi viene offerta per tentare di spiegare, anche a me stesso, le ragioni di questi sentimenti.
Ma devo scusarmi prima ancora di cominciare se sarò costretto talvolta a parlarvi di necessità anche di me, perché dovrò continuamente rapportare me stesso a lui.
Ho da fare un'altra precisazione. Quando Walter Tocci m'invitò, io pensai subito a un titolo che in qualche modo mettesse in relazione Ingrao e l'esercizio del dubbio costruttivo. Poco dopo è andata in libreria la sua conversazione con Claudio Carnieri intitolata appunto "La pratica del dubbio". Mi sono sentito confortato nella scelta del mio tema che è appunto la qualità del dubbio ingraiano.

Vorrei però inizialmente dire il piacere che ho provato, leggendo alcuni suoi scritti, nello scoprire due persone ora scomparse a lui amiche che
amiche furono anche per me in tempi e situazioni certamente assai diversi.
La prima è Nicolò Gallo, che ho amato per le sue sempre acute e meditate parole ma ancor più per i suoi eloquentissimi silenzi.
E' stato lui, dopo la lettura del mio primo romanzo da me inviatogli in forma ancora dattiloscritta, a darmi preziosi consigli soprattutto nell'andare più in profondità e con maggior coraggio nell'uso del linguaggio che avevo adottato. Mi promise la pubblicazione del libro entro un anno nella collana che allora dirigeva con Vittorio Sereni, ma la sua improvvisa scomparsa bloccò il progetto.
E nei dieci anni che seguirono, nessun editore volle pubblicarmi.
L'altra è Totò Dibenedetto.
Non sapevo chi fosse sino a quando non mi capitò tra le mani un libro edito da Feltrinelli che conteneva le testimonianze di alcuni artisti e scrittori milanesi, da Vittorini a Treccani, circa la loro adesione al partito comunista ancora fascismo imperante.
Molti di loro facevano il nome del raffadalese Totò Dibenedetto comedi colui che li aveva fermamente convinti all'idea comunista. Tornato in Sicilia, proprio per la presentazione di quel libro che avevo fatto leggere a Nicolò, finalmente edito, chiesi ad un amico di Raffadali se aveva notizie di un certo Salvatore Dibenedetto. Il mio amico si mise a ridere.
"Il senatore? Ma è il nostro sindaco! Che vuoi sapere di lui?"
"Mi piacerebbe conoscerlo. Un giorno di questi ti vengo a trovare a Raffadali e me lo fai incontrare".
Invece il giorno appresso, prima che iniziasse la presentazione, mi venne incontro un signore elegante, dalla faccia devastata per l'esplosione, come seppi dopo, di una granata durante un'azione partigiana.
"Mi voleva conoscere?"-domandò-"Eccomi qua. Sono Dibenedetto".
Da allora, tutte la volte che tornavo al mio paese, c'incontravamo. E parlavamo a lungo, col rincrescimento evidente e reciproco di non esserci incontrati prima. Fui suo ospite nella bella casa di Raffadali e anche in quella marina che Albe Steiner ritrasse più volte. Mi regalò due suoi libri che lessi con avidità e che conservo gelosamente.

Ingrao, l'ha scritto e detto tante volte, nasce poeta, amante della letteratura del suo tempo e, in seguito, si avvicina al cinema iscrivendosi con l'amico fraterno Gianni Puccini all'appena nato Centro Sperimentale di cinematografia dove, tra parentesi, insegnava anche il russo Pietro Sharov al quale, dagli anni cinquanta e fino alla sua morte, mi legherà una profonda amicizia.
Ingrao ci racconta del suo entusiasmo giovanile per le scoperte di Chaplin e dei grandi registi russi, del valore dell'insegnamento di un Umberto Barbaro e degli incontri formativi con un Rudolf Arnheim. Insomma, pare avviato a una brillante carriera nel cinema quando, del tutto improvvisamente, abbandona il Centro sperimentale.
Che abbia già abbandonato gli studi universitari in giurisprudenza (ma si laureerà qualche anno dopo), intrapresi forse solo per compiacere la famiglia è cosa che può essere capita, ma la rinunzia volontaria allo studio di una materia dalla quale si sentiva così attratto appare assai più sorprendente.
Ingrao ne fornisce una sua spiegazione. Scrive che l'abbandono del Centro Sperimentale fu motivato in sostanza dal contraccolpo provato per l'inizio della guerra di Spagna. Considero questo un punto assolutamente nodale del suo percorso, ma Ingrao mi pare che si limiti sempre a farne breve cenno. Forse per un alto senso di pudore.
Perché penso che la guerra di Spagna invece sia stata per lui qualcosa di più di un tragico impatto, sia stato un autentico, squassante cortocircuito. Tutti gli altri suoi compagni e amici, antifascisti come lui, ad esempio, non interruppero certo gli studi o le attività intraprese per il golpe di Franco. Ingrao, sì.
Penso che Ingrao ebbe in quel momento la lucida percezione di quello che in realtà veniva a significare la guerra di Spagna e ne ebbe esistenziale sgomento. Su di lui, sulla sua sensibilità, gravavano già da tempo quelli che Vittorini avrebbe chiamato "i dolori del mondo offeso" e la guerra di Spagna consisteva in un insopportabile aggravio dell'offesa.
Inoltre veniva a costituirsi come un nitido spartiacque tra fascismo e antifascismo, tanto che gli intellettuali di tutto il mondo vennero strattonati dalla Storia e scelsero l'antifascismo, comprendendo che si trattava non di una guerra locale, ma di uno scontro frontale che coinvolgeva il mondo intero. Scriveva Hemingway:
Se vinciamo qui, vinceremo dappertutto.
Già, ma se si perdeva? Vide giusto Gustav Regler, quando cominciava a delinearsi la sconfitta:
Ora che una guerra finiva, credetti di sentire passare nel vento l'odore di cadavere delle prossime ecatombi.
Ecco, sono convinto che Ingrao venne allora preso da un dubbio che indirizzò diversamente la sua vita: il dubbio cioè che l'arte da sola e in sé, e in quel momento specifico, fosse assolutamente inadeguata a far barriera contro il fascismo. Io non so se all'epoca le maglie della censura fascista sull'informazione giornalistica avessero permesso, sia pure tra le righe,di lasciar capire quale vasta mobilitazione era in atto e quindi se lui era a conoscenza di quanti artisti e intellettuali fossero andati a combattere in prima linea, col fucile prima ancora che con la penna, da Hemingway a Orwell a Malraux a Saint Exupery e a tantissimi altri, certo è che egli in quei mesi, oltre a leggere testi che potessero fornirgli le armi della conoscenza, da Salvemini a Rigola, Trockij, Rosenberg, sente sempre più un'urgenza nuova. Scrive infatti:
Intanto dentro di te si compie una decisione nemmeno dichiarata. Muta il "che fare":come domanda interna, prima ancora che essa diventi azione esplicita. Cominciò per me un nuovo rapporto con la politica. Mi strappò all'Arcadia e alle passioni che segnavano quei miei primi amori con la scrittura letteraria, e mi preparava alle avventure terribili che presto avrebbero percorso il mio tempo.
Quindi dal dubbio nasce un meditato agire.
Personalmente, provo profondo disagio davanti a chi crede d'avere in sé solo certezze assolute.
Ai miei occhi, appare come un'arroccarsi in una immobilità che nega il movimento. Le certezze assolute, a mio avviso, attengono alla fede, non all'esercizio della ragione che è tutto un cercare, un tentare, un interrogare, un dubitare su se stessi e gli altri.
E poi siamo così sicuri che chi non dubita mai lo faccia perché inglobato nella sfericità di una sua verità o perché invece l'esercizio del dubbio, in sé estremamente impegnativo e problematico, può sfociare in una revisione della creduta verità nella quale ci si è chiusi come in un fortino? E questa revisione non potrebbe apparire come una contraddizione?
Contraddirsi, a molti, sembra espressione di malferma personalità e invece così non è, è tutto l'opposto.
Per inciso, vorrei ricordare che Leonardo Sciascia in un primo momento voleva che sulla sua pietra tombale fosse scritto Visse e si contraddisse, ma poi anche lui ci ripensò, contraddicendosi.
A questo proposito, c'è un pensiero esemplare nel libro II dei Saggi di Montaigne:
Mi sembra che la madre nutrice delle opinioni più false e pubbliche e private sia la troppa certezza, la troppa buona opinione dell'uomo in sé...
Per quel che mi riguarda, io mi sconfesso continuamente.
Il dubitare di Ingrao è sempre, come dire, la messa in moto di un motore che attivamente elabora il che fare più attinente al fine proposto.
In altri termini, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del come.
Certe altre volte il dubbio è inespresso, soprattutto quando Ingrao avverte una fortissima disparità tra la pochezza dei mezzi a disposizione per affrontare un obiettivo che appare impari.
Questo dubbio, per esempio, traspare in tutte le pagine che in "Volevo la luna" si riferiscono al gruppo dei giovani antifascisti romani, e si condensa in un solo aggettivo più e più volte ripetuto:"gracile".
Ma il dubbio sulla gracilità del gruppo non significa mai la possibilità dell'ipotesi dell'abbandono della lotta, significa semmai la lucida presa d'atto di una situazione secondo la quale sviluppare l'agire.
Ma c'è un altro punto nodale nella vita politica di Ingrao che, ai miei occhi, ha la stessa valenza di quello del 1936.
E' la richiesta da lui fatta, nel 1966, nel corso dell'XI congresso del partito, di libertà del dissenso.
Com'è logico supporre, una tale ardita richiesta all'interno di una struttura rigida, gerarchica e centralista non può che essere la disperata, e ormai non più cancellabile somma finale di un innumerevole dubitare accumulato nel corso degli anni. E questa somma finale ha una precisa definizione: dissenso.

Perché questo dissenso? Scrive Ingrao:
In quella mia rivendicazione di libertà del dissenso c'era non solo il drammatico stimolo che era venuto dalla rivelazione dei delitti di Stalin, ma una convinzione più profonda che aveva anche a che fare con una riflessione sull'esistere. Mi muoveva non solo la tutela della libertà di opinione, ma ancor più la convinzione che il soggetto rivoluzionario era un farsi del molteplice: l'incontro fluttuante di una pluralità oppressa che costruiva e verificava nella lotta il suo volto.
"Un farsi del molteplice". E' in sostanza, anche questa una crisi esistenziale e politica che nasce dalla crisi di una certa concezione ristretta della politica e postula una sua rifondazione nel recupero di quella che Hannah Arendt chiamava la politica perduta, vale a dire quella messa in rapporto diretto tra gli uomini, attraverso un'azione che corrisponda alla condizione umana della pluralità, della molteplicità.
Anche se tutti gli aspetti della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla politica,-scrive la Arendt-questa pluralità è specificamente  "la" condizione- non solo la conditio sine qua non, ma la conditio par quam- di ogni vita politica.
Ancora nel '66, data la posizione che Ingrao occupava nel partito, ci voleva molto coraggio per proclamare pubblicamente la necessità del dubbio, del dissenso.
Coraggio politico, certo. E infatti, come egli stesso racconta, le reazioni all'interno del partito contro di lui e contro coloro che ne condividevano le posizioni, fu durissimo. Sorseso persino sospetti di un tentativo di sostituzione del segretario del partito.
E non c'è dubbio alcuno che lui quella reazione non l'avesse messa in conto.
Ma a me appare anche e soprattutto un atto di coraggio umano.
Perché è notorio che l'uomo comune nutre una forte diffidenza verso chi dubita, non è un caso che sia stata popolarescamente coniata l'espressione "cacadubbi".
L'uomo comune, se ha scuola ha studiato l'importanza del dubbio da Aristotele in giù, se ne è presto dimenticato.
E per fortuna, sia detto tra parentesi, si è anche dimenticato della filosofia positivistica che considerava il dubbio addirittura come una malattia che portava a una continua ruminazione psicologica, come la chiamò sprezzantemente Legrand du Saulle, e che sfociava inevitabilmente in una sorta di paralisi del fare.
Allora, qual è la funzione positiva del dubbio secondo Ingrao? Sentiamo le sue parole.
Mi appassionava la ricerca. E il dubbio mi scuoteva, vorrei dire: mi attraeva. Vedevo in esso una apertura alla complessità della vita. Dubitare mi sembrava l'impulso primo a cercare: aprirsi al "molteplice" del mondo...
E ancora:
Il dubbio per me non significava povertà: anzi apertura di orizzonti, audacia nel cercare. Sì, vivevo il piacere del dubbio. E avvertivo anche una ricchezza per quell'interrogarsi, cercando. Come se il mondo- nella sua problematicità- si dilatasse attorno a me.
"Dubitare mi sembrava l'impulso primo a cercare", afferma Ingrao.
Molti di voi ricorderanno l'incipit delle "Meditazioni metafisiche" di Cartesio.
Già da qualche tempo mi ero accorto che, sin dai miei primi anni, avevo accolto per vere molte opinioni false, e che ciò che avevo poi costruito su principi tanto malfermi, non poteva essere che assai dubbio e incerto. Mi ero proposto quindi di cercare seriamente, almeno una volta nella vita, di disfarmi di tutte le opinioni a cui avevo sino ad allora prestato fede, e di ricostruire ogni cosa dalle fondamenta, se pure volevo stabilire qualche cosa di certo".
Il punto di partenza dal quale Ingrao muove ha una diversità di non poco peso, vale a dire che le opinioni da lui accolte all'inizio non si erano in seguito rivelate del tutto false e ingannevoli, ma continuavano ad essere sostanzialmente vere.
Il dubbio allora nasceva non dall'opportunità, ma dalla necessità d'accogliere o meno le inevitabili modificazioni che quelle basilari opinioni via via subivano nel convulso procedere della Storia, senza che però ne intaccassero la verità di fondo.
Ho detto convulso ma forse avrei dovuto dire compresso. Non a caso Hobsbawn ha definito il ‘900 "il secolo breve", per la somma di accadimenti politici, scientifici, sociali avvenuti nei suoi cento anni, con una rilevante accelerazione, motus in fine velocior, nel secondo cinquantennio.
E' stato il secolo che ha avuto, rispetto a quelli che l'hanno preceduto, una massa, proprio nel senso che vien dato in fisica a questo termine, di gran lunga siperiore.
La qualità del dubbio di Ingrao perciò non attiene alla sfera del sistematicismo o se volete dello scetticismo, ma assume il carattere di un procedimento metodico di volta in volta tendente a un fine, a uno scopo: e cioè la verifica del fondamento di una ulteriore certezza.
Ingrao non dubita di tutto ciò che è dubitabile, forse questa posizione è più di un filosofo che di un politico, Ingrao limita il suo dubbio a quando scopre che su un dato argomento, su una precisa posizione, si può scorgere la pur lieve incrinatura della possibilità del dubbio.
E' un dubitare a posteriori. Una postulazione di verifica.
Ma pur entro questi limiti, l'esercizio del dubbio produce in lui, come egli stesso ha affermato, una sorta di dilatazione del mondo.
Il dubbio quindi come mezzo di conoscenza, cioè un dubbio di marca cartesiana per il quale ogni dubbio doveva risolversi nella scoperta di un nuovo territorio su cui avventurarsi.
E su questi nuovi territori di conoscenza Ingrao si è sempre inoltrato non per il gusto dell'avventura intellettuale in sé, ma quasi per assolvere a un dovere politico e umano.
Dovere che non gli ha mai impedito di godere nel contempo del piacere stesso del dubbio e della sua risoluzione.
E che non gli ha impedito mai il fare concretamente politica e di assumersi in prima persona l'impegno di responsabilità di partito e istituzionali.
Direttore dell'Unità dal 1947 al 1956; deputato dal 1948 per dieci legislature fino a quando, nel 1992, chiede di non essere rieletto; nella segreteria del partito dal 1956 al 1966; nel 1968 presidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera; presidente della Camera dei deputati dal 5 luglio 1976 fino al 1979, quando chiederà al partito di non essere ancora ricandidato e al suo posto subentrerà Nilde Jotti.

Mi sbaglierò, ma io sono convinto che del suo impegno politico egli sia rimasto maggiormente legato al periodo 1944-45, quando, in una grigia Milano con il piede straniero sopra il cuore, lavorava all'edizione clandestina dell'Unità , quando il vivere e l'agire quotidiani erano un azzardo, quando la possibilità dello scacco era dietro ad ogni angolo, quando si era uomini e no.
In quei giorni la lotta era passione, impegno di tutto se stesso, "fatale come una necessità biologica", e chi era uomo, per il solo fatto di esserlo, era anche potenzialmente un eroe.
Non vi sembri una parola eccessiva.
Cercherò di spiegarne il significato e la ragione per cui mi sento di adoperarla attraverso una frase, della quale vogliate perdonare la lunghezza, tratta da "L'Eroe e l'uomo", un saggio compreso nel volume intitolato "Senso e non senso" di Maurice Merleau-Ponty.
Dopo avere lungamente esaminato i protagonisti di "Per chi suona la campana" di Hemingway, della "Condizione umana" di Malraux e di "Pilota di guerra" di Saint-Exupery, Merleau-Ponty così conclude:
L'eroe dei contemporanei non è scettico, né dilettante né decadente. Senonchè, ha l'esperienza del caso, del disordine e del fallimento, del '36, della guerra di Spagna, del giugno '40. E' in un tempo in cui i doveri e i compiti sono oscuri. Prova meglio di quanto non si sia mai fatto la contingenza del futuro e la libertà dell'uomo. Considerando bene le cose, niente è sicuro: né la vittoria, ancora tanto lontana, né gli altri, che hanno spesso tradito. Mai gli uomini hanno verificato meglio che il corso delle cose è sinuoso, che molto è richiesto all'audacia, che sono soli al mondo e soli l'uno di ftonte all'altro. Talvolta però, nell'amore, nell'azione, s'accordano fra di loro e le vicende corrispondono alla loro volontà...
Fuori dei tempi della fede, in cui l'uomo crede di trovare nelle cose la trama di un destino già tracciato, chi può evitare questi interrogativi e chi può fornire un'altra risposta? O piuttosto: la fede, spogliata delle sue illusioni, non consiste proprio in questo, nel movimento per cui, riunendoci agli altri e riunendo il nostro presente al nostro passato, facciamo in modo che tutto abbia un senso, cioè concludiamo con una parola precisa il discorso confuso del mondo? I santi del cristianesimo, gli eroi delle rivoluzioni passate non hanno mai fatto altro. Semplicemente cercavano di credere che la loro battaglia fosse già vinta nel cielo o nella storia. Gli uomini d'oggi però non hanno più questa risorsa.
L'eroe dei contemporanei non è Lucifero, non è nemmeno Prometeo, ma è l'uomo.
L'uomo comune, l'uomo che puoi incontrare all'angolo della strada.
E in questo senso, con il viatico di Merleau-Ponty e totalmente spoglio di ogni esaltazione retorica, mi sento di considerare Ingrao un perfetto eroe dei nostri anni.
"Volevo la luna", ha intitolato Ingrao il suo più recente libro autobiografico. E pare d'avvertire, nel titolo, come una certa disillusione per non essere riuscito a ottenerla.
E' vero, la luna non è diventata né sua né nostra, se la sono presa gli americani.
Ma Ingrao sulla sua personale luna ci è sbarcato, eccome se ci è sbarcato, non ci ha messo nessuna bandiera, se l'è esplorata tutta e ne ha fornito una meravigliosa, unica e irripetibile relazione di viaggio attraverso la sua stessa vita.

postato da: celestinaroma alle ore 01:45 | Permalink | commenti
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