lunedì, 24 marzo 2008

Cosa ci insegna Bolzaneto

C. Di Girolamo*, A. Martino*, V. Spada* ,   20 marzo 2008, 11:25

Cosa ci insegna Bolzaneto     

Il processo per quanto accaduto durante il G8 nella caserma genovese, che coinvolge anche personale sanitario, è una lezione universale sul senso di questa professione. Come possono i medici pretendere di tutelare gli interessi dei loro assistiti, anche in condizioni normali, quando poi chiudono gli occhi di fronte alle torture e alla violenza, come accaduto nel luglio 2001?



Dopo sette anni arrivano le condanne per le vicende avvenute all'interno della caserma di Bolzaneto durante il G8 italiano.

La mente torna a Genova, al luglio del 2001. Medici per strada, medici a suturare ferite sui marciapiedi, medici costretti a guardare abusi e soprusi commessi dalle forze dell'ordine, medici che hanno ricordato in un libro l' "obbligo di referto" di fronte a centinaia di ferite e centinaia di giorni di prognosi, che qualche collega voleva rimettere al solo ruolo della memoria.

Questi stessi sanitari leggono oggi di accuse e condanne rivolte ai loro colleghi, per capi di imputazione che vanno dalla violenza privata alle lesioni personali, dall'omissione di referto alla "lesione del diritto alla salute".
Le pene per questi sanitari, che variano dai due ai tre anni, potevano essere molto più gravi se l'Italia avesse inserito nel suo codice penale una legge sulla tortura, concretizzando di fatto la sua adesione a numerose convenzioni internazionali.

Quello che si legge tra le righe dei verbali dei processi è che a Bolzaneto non abbiamo assistito solo a violenze estemporanee e reattive agli eventi che si sono verificati durante il G8, perché i gerghi, le pratiche, le modalità di tortura, fisica e psicologica, all'interno della caserma, sono state acquisite in anni di esperienza silenziosa, tollerata, incoraggiata e probabilmente anche educata e formata.
Un insieme di atti, quindi, espressione di una cultura diffusa e spia di una violenza strutturata e strutturale, perpetuata quotidianamente anche in contesti di non eccezionalità, in luoghi come CPT, carceri, case di cura per anziani, residenze per malati psichici e pronto soccorsi.

La violazione dei diritti umani non è qualcosa che riguarda solo i "no global", solo il contesto di Bolzaneto e di Genova, ma è un atteggiamento che si ripercuote su tutti i cittadini: se i sanitari non sono riusciti a tutelare la salute in una situazione di palese e insolita violenza come possono salvaguardarla in contesti di normalità e di consuetudine?

A destare preoccupazione non sono soltanto gli abusi perpetuati da piccoli gruppi di deviati, quanto la dilagante connivenza dei tanti che, con il loro silenzio, legittimano e normalizzano la violenza praticata attivamente da altri, sanitari e forze dell'ordine.
Questa forma di violenza, dettata da logiche particolari ed interessi personali, è uguale, se non peggiore, a quella dei torturatori: se, questi medici, sono in grado di calpestare l' "etica del servizio" , tacendo anche di fronte ad atti gravi come quelli della caserma di Bolzaneto, come possono tutelare i pazienti di fronte all' "estetica del potere", agli interessi delle case farmaceutiche, alla lottizzazione della sanità, alla partitocratizzazione dei servizi e all'aziendalizzazione delle prestazioni?

È evidente come pratiche di questo tipo abbiano delle ricadute importanti sulla salute della popolazione:
da un lato, la mancanza di tutela influenza in maniera diretta la vita delle persone, dall'altro il servizio sanitario risulta menomato nella sua efficacia con la conseguente perdita di fiducia nel ruolo del medico, del servizio stesso e delle istituzioni.
Questo atteggiamento delegittima in maniera profonda il sistema democratico e mostra quanto sia pericolosa l'esistenza di un conflitto di interessi del medico, di un'ambivalenza che condiziona in maniera importante la salute dei pazienti.

Un'appartenenza acritica ad un ordine istituzionalizzato, un'obbedienza cieca a logiche politiche, economiche o amministrative, ci allontana da quella lealtà dovuta al paziente e alla sua salute, iscritta nell'etica della Medicina e legittimata dai quadri normativi nazionali ed internazionali.
Dal Protocollo di Istanbul delle Nazioni Unite, alla Dichiarazione di Tokio dell'Associazione Medica Mondiale, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità al nostro codice deontologico si rivendica l'indipendenza e la libertà della professione medica, il rispetto dei diritti del cittadino e la condanna della tortura e dei trattamenti disumani.
La lealtà verso il paziente non può essere demandata all'etica personale del sanitario e neanche alla magistratura, perché questa non può cogliere le violazioni diffuse e di bassa soglia che si perpetuano tutti i giorni nei contesti a noi prossimi, che ci coinvolgono direttamente nel quotidiano.
Da un lato sarebbe necessaria una capacità di autogoverno, di controllo interno e continuo dei sanitari, un'autoregolazione in grado di evidenziare i comportamenti aberranti e in grado di ribadire la centralità del paziente nelle pratiche assistenziali. Il silenzio-assenso degli ordini ha, invece, finora contribuito alla normalizzazione della violazione dei diritti, alla diffusione di pratiche discriminatorie e lesive. Con grande difficoltà si può parlare del ruolo dei medici nei CPT, nelle carceri, nelle case di cura, ma anche negli ospedali, nei pronto soccorsi, nella medicina del territorio. Sempre più spesso, infatti, accade che sia la magistratura o peggio i giornalisti a dover denunciare quello a cui medici assistono quotidianamente e in silenzio.
Dall'altro è necessario ribadire con forza l'esistenza di un codice di comportamento vincolante per i singoli sanitari, e la necessità da parte dei medici di un impegno risoluto per la difesa dei diritti umani.
E' compito dei singoli sanitari ed in particolare dei medici:
• Riconoscere e testimoniare i casi di tortura, violenza e crudeltà, non falsificando le prove mediche delle stesse e non compiendo atti o omissioni in grado di nasconderle o confonderle
• Mettere in atto ogni comportamento possibile per porre fine alla condizioni di abuso e ponendo le condizioni per cui queste non debbano più ripetersi
• Difendere l'indipendenza della professioni sanitarie dalle ingerenze del potere politico, giudiziario e dalle forze dell'ordine
• Denunciare ed opporsi all'elaborazione di politiche sanitarie discriminatorie
• Testimoniare in maniera attiva presso l'opinione pubblica sugli abusi e le violazioni dei diritti umani a cui hanno assistito.

I sanitari non possono, di fronte alle torture, alle disuguaglianze, alla negazione dei diritti, ridurre la loro pratica a semplice esercizio di abilità tecniche, relegando la vita del paziente a mera esistenza biologica, né possono voltare le spalle ai processi sociali che mettono in secondo piano la salute delle persone, per difendere interessi finanziari, politici e personalistici.

Bolzaneto ci insegna che i germi della dittatura sono presenti nelle nostre istituzioni e che la nostra società, a cominciare dai sanitari, non è capace di reagire.

Probabilmente come medici, l'atto più importante che possiamo compiere per la tutela della salute è ricominciare a considerarci soggetti civici attivi, capaci di determinare e plasmare, attraverso le nostre pratiche, i processi di ordine politico, economico e sociale che sono i determinanti principali di malattia dei nostri pazienti.
Dobbiamo, insomma, rivendicare il "diritto di rifiutare che tra giusto e sbagliato si possa scegliere solo l'inevitabile e non il necessario".

*Centro di studi e di ricerca in Salute Internazionale e Interculturale Università di Bologna

postato da: celestinaroma alle ore 23:20 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 21 marzo 2008

I vescovi di Strapaese

Nane Cantatore,   19 marzo 2008, 21:11

I vescovi di Strapaese Politica     Nuove raccomandazioni dei vescovi italiani, che individuano le loro priorità per il prossimo governo: legge elettorale, scuola e lotta alla mafia. Tutto tanto vago da sembrare sensato, ma c'è da chiedersi su cosa mai i vescovi non abbiano un parere



La Conferenza episcopale italiana, a seguire il sostantivo e il primo aggettivo, sembrerebbe un'istituzione seria, dedita alle questioni di fede e alla guida spirituale del clero; il secondo aggettivo, però, chiarisce che si tratta di un soggetto italiano, e come tale soggetto a tutti i vizi e le poche virtù di questo splendido Paese baciato dal sole. I vescovi italiani hanno pertanto una certa propensione alla chiacchiera e all'intromissione, che li fa assomigliare non poco allo stereotipo del bar di provincia, in cui tra un grappino e un caffé corretto si decidono le sorti del Paese, si fa la formazione della nazionale di calcio e si confrontano i meriti pettorali delle ragazzotte che sgambettano in televisione.

Lo conferma anche la faccia di Giuseppe Bettori, segretario generale della Cei, uno che sembra un parroco di provincia, amante del vino e gran giocatore di briscola, allenatore della locale squadra di calcio e animatore di gite e pellegrinaggi, magari anche propenso a tirare qualche sganassone ai chierichetti impertinenti e ai paesani irriverenti.

Quest'immagine doncamillesca, a dispetto della sua evidente vetustà, sembra sempre più quella a cui i vescovi italiani vogliono ricondurre il Paese, con esortazioni e paterni richiami all'ordine, sullo stile del parroco che si ferma al bar della piazzetta, scambia due parole con tutti e assolve ogni peccato, a patto che ci si confessi regolarmente, e i parrocchiani contenti di avere un prete così alla mano, pronto a condividere le loro preoccupazioni. Un modello, insomma, fondato sul campanile al centro della piazza, sull'oratorio come luogo di socialità e sulla tonaca come presenza costante e rassicurante, che non ha nemmeno più bisogno di alzare i toni o di scagliare anatemi, e nel quale in fondo non è nemmeno tanto importante quanto le esortazioni pastorali siano seguite o persino ascoltate: conta solo che il parroco sia lì, chiamato a battesimi, matrimoni e funerali, e che ad esso sia riconosciuto un ruolo privilegiato in questo microcosmo, anche se quasi soltanto decorativo.
Le continue uscite della Cei vanno prese in questo modo: è inutile analizzarne i contenuti, allarmarsi per le uscite più ferocemente clericali o esprimere una cauta soddisfazione quando vanno nel senso di una blanda giustizia sociale: non importa che cosa i vescovi dicono, ma il fatto stesso che, un paio di volte al mese, essi intervengano nel dibattito pubblico. Così è capitato anche in quest'ultima occasione: gli auspici per una riforma elettorale che ripristini le preferenze, uno sforzo per riqualificare la scuola e un maggiore impegno nella lotta alla mafia possono essere analizzati finché si vuole, ricavandone, rispettivamente, un viatico per il grande inciucio, la premessa di ulteriori richieste di quattrini e un richiamo retorico abbastanza scontato. Si può anche rispondere con la consueta ironia da mangiapreti, facendo notare che, quanto a sistema elettorale, quello per la nomina del pontefice cattolico non è tra i più evoluti, e che in fondo la chiesa cattolica non è poi questo capolavoro di democrazia rappresentativa; ma, in fondo, tutte le discussioni sui contenuti non fanno che accettare il fatto più importante, vale a dire la continua presenza delle tonache sulla scena pubblica italiana.

A questo punto, è facile aspettarsi che le prossime dichiarazioni di Bettori possano spaziare su ogni tema dello scibile, dalla materia oscura dell'universo all'elezione di Miss Italia: ormai il parroco è entrato nel bar, e non ne uscirà tanto presto.

postato da: celestinaroma alle ore 01:57 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 01 marzo 2008

Milano, una peruviana di 44 anni, due figli, denuncia un'aggressione nello spogliatoio
Sciopero e presidio con la partecipazione dei clienti del supermercato

Mobbing, la cassiera in lacrime
"Umiliata, ho pensato di morire"


<B>Mobbing, la cassiera in lacrime<br>"Umiliata, ho pensato di morire"</B>

La protesta davanti al supermercato in sostegno alla cassiera peruviana

MILANO - Maltrattata e umiliata. Ma ha resistito anche se malata. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, ha deciso di reagire e ha denunciato la violenza alla polizia. Protagonista di questa storia una cassiera peruviana del supermercato Esselunga che tra le lacrime ha raccontato l'aggressione di cui è stata vittima nel locale spogliatoio del negozio di viale Papiniano, a Milano, da parte di una persona non ancora identificata. "Quando mi ha messo la testa nel water", ha detto, "ho visto i miei figli che mi salutavano per l'ultima volta e mi sono raccomandata a Dio".

Oggi i sindacati confederali di categoria hanno proclamato lo sciopero per tutta la giornata e hanno attuato un presidio di solidarietà che ha visto la partecipazione oltre che dei lavoratori anche di clienti (400 persone, secondo gli organizzatori). Ma il motivo della protesta ha origine anche nel fatto che si tratta della stessa dipendente che aveva denunciato di essersi urinata addosso perché non le era stato data la possibilità di andare in bagno e nemmeno di potersi cambiare fino alla fine del turno.

E' il 2 febbraio: la donna, 44 anni, due figli di cui uno piccolo, un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese, soffre di problemi renali. Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare alla toilette. Finito il lavoro "umiliata e piangente" va in ospedale dove, dice, le viene diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi. Non era iscritta al sindacato ma decide di farlo con la Uiltucs-Uil: "Le colleghe che hanno aderito all'organizzazione sono le uniche che hanno il coraggio di raccontare come mi hanno fatto fare pipì addosso".

Giovedì scorso il fatto più grave: dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole "piscia" e altre minacce preme il tasto dello sciacquone. Lei sviene e viene aiutata dal direttore ("all'inizio ho avuto la sensazione che credesse mi fossi fatta male da sola") che la accompagna in ospedale: per ora le sono stati dati 10 giorni (tecnicamente per infortunio visto che l'episodio si è verificato sul lavoro). La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: "Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché". E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice "di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io".

Graziella Carneri della Filcams-Cgil sottolinea che "ovviamente non si pensa che l'aggressione sia stata commissionata dall'azienda ma che c'è una forte responsabilità per il clima intimidatorio: molti dipendenti hanno paura di prendere parte all'attività sindacale". Tesi sostenuta anche da alcuni lavoratori. Il segretario della Camera del Lavoro, Onorio Rosati, sottolinea che "nel gruppo registriamo una violazione di alcuni diritti, e la situazione in Esselunga è paradigmatica del fatto che i diritti non sono acquisiti per sempre ma vanno rivendicati e presidiati". Cgil, Cisl e Uil daranno assistenza legale alla lavoratrice.

L'azienda ha replicato, in una nota: "Sono attualmente in corso delle indagini da parte delle forze dell'ordine di cui subito abbiamo richiesto l'intervento e alle quali stiamo fornendo la massima collaborazione. Auspichiamo che venga fatta luce sulla vicenda nel più breve tempo possibile. Al momento riteniamo prematuro rilasciare altre dichiarazioni". Ma la vicenda non si chiude qui: martedì è previsto un nuovo presidio e alcuni sindacalisti chiedono ai clienti e ai milanesi di "inondare la direzione di proteste e richieste di informazione via e-mail".

(1 marzo 2008)
postato da: celestinaroma alle ore 23:26 | Permalink | commenti (1)
categoria:
sabato, 01 marzo 2008

Ascanio Celestini al Creberg

Renzo Francabandera,   29 febbraio 2008, 17:17

Ascanio Celestini al Creberg Teatro     Una tre giorni con i suoi lavori per il teatro, Scemo di guerra, La pecora nera e Appunti per un film sulla lotta di classe, in scena a Bergamo presso il Teatro Creberg. Il narratore, ripercorrendo il filone della tradizione orale, ricerca nelle storie di tutti i giorni il senso del quotidiano che si modifica, la perdita di valori e d'informazione, la perdita di memoria e di consapevolezza sociale



"Mi chiamo Ascanio Celestini, figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera. Mio padre rimette a posto i mobili, mobili vecchi o antichi; è nato al Quadraro e da ragazzino l'hanno portato a lavorare sotto padrone in bottega a San Lorenzo. Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d'Italia e a quel tempo ballava il liscio. Quando s'è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera".

Me la conta proprio come farebbe se fossimo al bar, la vita, Ascanio Celestini. Me la fa sorseggiare senza parole difficili, come sul divano di una casa normale, senza il preconcetto della formalità.

Anche con duemila spettatori ci siamo sempre io e lui; che racconta. Perché questo racconto è individuale. Della vita sua, della sua esperienza che parla alla mia. Ma è anche un livello di narrazione che sta facendo un raffinato salto dalle storie dei singoli alla storia delle masse.

E se potessimo pensare in forma sintetica a quanto sta portando in questi giorni in scena a Bergamo al Teatro Creberg l'autore romano, esperto di monologie, di neologie, sicuramente di affabulate magie narrative, penseremmo a questo filo conduttore che lega i tre spettacoli: Scemo di guerra, La pecora nera e Appunti per un film sulla lotta di classe sono storie di singoli ma anche di collettività. Storie rispettivamente dell'umanità dimenticata che fu in guerra, delle umanità vinte da una guerra mai combattuta, e dell'umanità che deve combattere la guerra quotidiana nel sistema economico, a proposito della quale Celestini riscopre quella blasfemia che era diventato il concetto di "lotta di classe".

"Loootta di claaaasse? Ma come paaaarli? Ma lo diceva mio zio quarant'anni fa, Marx un secolo e mezzo fa?! Ma che roba vecchia, Ascanio!"

"Vecchia? Vecchio come il complesso del centro commerciale in cui i precari dei call center, uguali agli operai di un secolo e mezzo fa, o delle lotte sindacali di trent'anni fa cercano dignità e possibilità alla vita in un lavoro a frammenti? Vecchia me stai a dì? Ma vecchio ce sarai te, che pensi de vive e nun te gguardi manco attorno, pe' nun vedè che t'hanno già ammazzato!"

Non l'abbiamo sentito rispondere a questa domanda, ma forse questa potrebbe essere una sua risposta, lui che a poche centinaia di metri da quel call center, durante l'ultima notte bianca di Roma ha organizzato proprio uno Spazio della memoria, un angolo di resistenza all'oblio sociale.

Ed è in fondo quanto si racconta nei tre spettacoli, memoria di memorie.

Scemo di guerra: è la storia, vista dal basso, della Roma sotto i bombardamenti. E' quella della San Lorenzo dove lavorava suo padre, è proprio una incredibile passeggiata in quella città sventrata in cui una buccia per terra poteva essere il pranzo di una giornata o la salvezza da una raffica di mitra. Uomini sugli alberi, non baroni rampanti o visconti dimezzati, al più cavalieri inesistenti in una tenzone combattuta, come tutte le guerre, per conto terzi. È la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma, nel ricordo della Storia e in quello di suo padre.

La pecora nera parla invece degli effetti dell'introduzione della Legge 180 del 1978, nota come "Legge Basaglia", in una collaborazione con il Teatro Stabile dell'Umbria. L'autoreattore ha indagato fra i testimoni della vita manicomiale, prima e dopo la Riforma, a Perugia e poi in tutta Italia. Celestini regala attraverso il suo essere solo sul palco un sentimento ulteriore di abbandono, e scorrendo le storie di infermieri e di medici, e accompagnato dal trio composto da Roberto Boarini (violoncello) Gianluca Casadei (fisarmonica) e Matteo D'Agostino (chitarra), dice di un esperimento che non ha risolto il grave problema sociale. Anzi.

Infine c'è Appunti per un film sulla lotta di classe, tracce di un percorso nel post-capitalismo, dove il concetto che qualche furbo fa passare per obsoleto di "lotta di classe" torna prepotente.

Il lavoro precario è miccia per uno spettacolo condotto per sequenze intervallate dalle armonie dei tre ottimi musicisti jazz che lo accompagnano. Da Cinecittà in Roma, ai luoghi di sfruttamento del lavoro precario in ogni angolo d'Italia e d'Europa il passo è breve. Episodi di una guerra che cambia al più campo di battaglia ma che dovunque è percepita in tutta la sua devastante potenza.

Storie di autorganizzati, che hanno rischiato per la dignità del lavoro e sono stati licenziati. "Qualcuno poteva salvarsi e accettare un lavoro pagato 550 euro al mese, ma "noi non siamo mica il Titanic -mi dicono- non affonderemo cantando". Parole sante! Rispondo io." dice l'autore.

In fondo Celestini racconta i nostri tempi. Piace ascoltarlo, e il successo bergamasco lo dimostra, scoprendo anche un po' tristemente che non si smette mai di essere scemi di guerra, con lo scolapasta in testa come Chisciotte, senza manco saperlo, in tempi in cui si scambia sempre più spesso il diritto con il favore, eroi senza nome di battaglie contro mulini dove si macinano le esistenze.

Storie di quelli che... il mutuo non ce lo danno, quelli che... scadono a marzo, come il pezzo di formaggio in frigo, come il latte per fare colazione, quelli che... oggi tocca cercare un altro lavoro, in una giornata un po' si e un po' no di un mese qualunque di una vita non a caso.

postato da: celestinaroma alle ore 02:54 | Permalink | commenti
categoria: