mercoledì, 19 dicembre 2007

Unioni civili, il Pd non è autonomo

Massimo Cervellini*, Roberto Giulioli**,  18 dicembre 2007

Diritti      Il Consiglio comunale di Roma respinge le delibere per l'istituzione del Registro delle unioni di fatto grazie ad una maggioranza anomala e trasversale, che va dal Pd ad An, passando per Forza Italia e, soprattutto, prona ai poteri forti della città: quelli vaticani



43 voti contro e 12 a favore: con questa votazione il Consiglio Comunale di Roma ha respinto le delibere, una di iniziativa consigliare e una popolare che ha raccolto le firme di oltre 10.000 romani, per l'istituzione del Registro delle unioni di fatto.
Una maggioranza anomala, dal Pd ad An passando per Forza Italia. Una maggioranza prona ai poteri forti di questa città, quelli vaticani, che nei giorni precedenti avevano in maniera netta detto no anche a un ordine del giorno del Pd.

In questi mesi, in queste settimane Sinistra Democratica è stata protagonista di un continuo tentativo di mediazione tra le varie anime del centro sinistra romano per trovare una soluzione.
Abbiamo lavorato a emendamenti che accogliessero le soluzioni proposte dal Vice Sindaco Garavaglia, abbiamo proposto ordini del giorno che segnalassero al Parlamento la volontà della città di Roma di ottenere una legge sulle unioni di fatto, abbiamo smussato, tolto le virgole le frasi più indigeste a questo e a quello.
Nulla da fare.
Tutto si è andato ad infrangere sul muro veltroniano degli impegni assunti dal Sindaco, nonché Segretario Nazionale del Pd, con Bertone e Ruini.

Roma non è una città qualunque. E non perché sia la città di Benedetto XVI°, come ha detto la senatrice Binetti. Roma è la capitale d'Italia, stato libero e laico. Il punto è tutto qui: il Partito Democratico non vuole a Roma il registro delle unioni civili e non vuole che il nostro Paese si doti di una legge europea, che garantisca giusti diritti a donne e uomini, alle coppie e ai loro figli.

L'ordine impartito dal Vaticano al Sindaco - leader non ammetteva margini di autonomia, tanto meno ragionamenti nel merito, seppure scevri da venature ideologiche.
Roma, infatti, ha un Sindaco eletto da oltre il 65% dei romani, che ha fatto dell'inclusione sociale e civile uno dei suoi simboli per l'azione di governo. In verità, è da tempo che assistiamo ad una involuzione nella cultura politica del Sindaco.
Il modello Roma è ormai piegato verso una remissività concreta e fattiva con i vari imprenditori romani (Caltagirone, Todi, etc etc) e una totale passività di fronte alle gerarchie d'oltretevere: il Pd romano, sottomesso a Bettini e Veltroni, è democristianizzato in tutti i sensi.
Nella sua cultura politica, questo emblema è rappresentato dall'elezione a Segretario Romano dell'ex popolare Riccardo Milana, e dalla offensiva che tutti gli ex margherita (con in testa l'Assessore D'Ubaldo e il Consigliere Piva) sui temi etici e valoriali.
Di più: Veltroni, nella sua ossessione di vincere a mani basse, ha caricato nella sua carovana tanti ex di Forza Italia, ex democristiani, liste moderate e ultra moderate, a tal punto che il Consiglio Comunale di Roma vede oggi una maggioranza di centro sinistra spesso aggirata da una maggioranza trasversale, moderata e clericale, che determina, blocca, modifica a suo piacimento provvedimenti importanti per la città.

E' il crepuscolo del modello Roma, si incrina il rapporto tra Veltroni e una parte della città quella laica e di sinistra.
Penso che quando si arriva a rifiutare anche i contenuti del proprio programma, si sia di fronte ad una modificazione oggettiva della propria collocazione politica.
Ora la Sinistra romana deve riflettere: rivalutare e rimodellare il proprio impegno e la propria collocazione nel quadro della maggioranza capitolina, valutandone nelle scelte concrete la sua esistenza.
Dall'altra non eludere il senso di questa dura -nei numeri- sconfitta.
Ripartire dai conflitti sociali, dalle disuguaglianze civili, ricostruire il tessuto connettivo di un rapporto profondo con la città e con i romani e muovere da qui per una nuova stagione politica. Che non potrà non essere all'insegna della sua unità, pena la sua scomparsa, o la sua residualità.
In questi mesi a Roma abbiamo costruito, sulle cose concrete, in Campidoglio come nella città, una unità d'azione leale e trasparente che ora non deve essere dispersa, ma anzi proposta nella sintesi di una lista unitaria della Sinistra e dell'Arcobaleno alla Provincia di Roma.


*Coordinatore Sd Roma Presidente Gruppo
**Capogruppo Sd Provincia di Roma Sinistra Democratica
al Comune di Roma

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giovedì, 13 dicembre 2007
unioni_civili
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martedì, 11 dicembre 2007

Lacrime e rabbia

C.R.,  10 dicembre 2007

"Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare" è il ricordo di Antonio, sopravvissuto all'incendio della Thyssen Krupp. Ora, il governo accelera i tempi verso il via libera dei decreti attuativi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro



In una città listata a lutto, con i negozi che chiudevano le serrande in segno di solidarietà e gli applausi della gente comune, è esplosa questa mattina la rabbia dei 30 mila lavoratori si sono dati appuntamento a Torino per la manifestazione organizzata da tutte le sigle sindacali contro gli omicidi sul lavoro dopo la tragedia della Thyssen Krupp costata la vita finora a quattro giovani operai - Bruno Santino 26 anni, Roberto Scola 33 anni, Antonio Schiamone 36 anni e Angelo Laurino 43 anni -, mentre altri tre ancora lottano tra la vita e la morte in ospedale. Presenti in piazza il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, i ministri Livia Turco e Paolo Ferrero, i segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm, i vertici delle istituzioni locali, il segretario nazionale di Rifondazione Franco Giordano e il vicepresidente del Pd Enrico Franceschini. Non sono mancati i momenti di forte tensione. Fischi e contestazioni nei confronti dei sindacati confederali, parole dure, ''assassini'', ''pagherete caro, pagherete tutto'', ma anche una costante richiesta di ''giustizia'', perché ''non si può ''morire di lavoro''.

Nelle intenzioni delle direzioni di Cgil Cisl e Uil doveva essere una manifestazione silenziosa, ma non appena il corteo si è cominciato a muovere da piazza Arbarello in direzione di piazza Castello, insieme agli applausi che accompagnavano il passaggio dello striscione listato a lutto delle Acciaierie Speciali Terni, si sono cominciate a levare anche le prime proteste contro i vertici dell'azienda, contro le burocrazie sindacali, contro i giornalisti.
Il padre di Bruno Santino è in testa al corteo: tiene in mano un giornale con un titolo a grandi lettere, con la notizia della tragedia. Lo sostengono, ai lati, i familiari, sembra stare in piedi a fatica. Grida il nome del figlio e delle altre vittime: "Bruno, Angelo, Roberto. Bruno, 26 anni", ripete. Il corteo passa lentamente, ma non è un corteo silenzioso, è pieno di rabbia.
"Assassini, assassini" si sente riecheggiare. "E' un cimitero, non una fabbrica"; "Il casco: in mezzo al fuoco, cosa ti serve il casco". Vengono pronunciati a gran voce i nomi dei dirigenti della fabbrica, seguito da: "Ci avete abbandonati", "Pagherete caro, pagherete tutti", e alcuni se la prendono anche con i giornalisti: "Siete buoni a parlare solo della Franzoni".

Davanti alla prefettura, il corteo diventa silenzioso. La gente finalmente cammina piano e in piazza Castello si ferma, rispettosa, per ascoltare la voce dell'unico testimone della strage, Antonio Bocuzzi, la fronte ancora bruciata dalle ustioni: "Antonio, Roberto, Angelo, Bruno- dice con voce piena di dignità e dolore- siete sempre davanti ai miei occhi, ho il dovere di andare avanti, di testimoniare cosa è successo, sono l'unico sopravvissuto di una strage inaudita. Il dolore incredibile di quello che ho visto è paragonabile solo all'inferno. Nessuno questa volta potrà permettersi di dimenticare. Io chiedo ad ognuno di voi di questa piazza e alle istituzioni, due cose soltanto: essere vicini alle famiglie dei nostri compagni che non ci sono più e vi chiedo di andare avanti, per far valere i nostri diritti, far sì che da domani andare a lavorare non sia come andare in guerra.
Quando si è alzato il fuoco- prosegue Antonio Bocuzzi, sopravvissuto all'incendio-, altissimo, enorme, non hanno avuto scampo; l'insulto più grave è sentire qualcuno che insinua che la colpa sarebbe di noi operai. Non si rendono conto delle loro parole. I Vigili del Fuoco ci hanno messo sei ore a spegnere quei fuochi immensi, cosa avremmo potuto fare noi?
Pensate saremmo andati a lavorare quella mattina se avessimo saputo la certezza di andare a morire? Sapere che quel gigantesco impianto si sarebbe guastato era roba da tecnici, responsabilità dell'azienda, e che adesso scaricano le loro colpe su di noi. E sarebbe come uccidere ancora una volta Antonio, Roberto, Angelo e Bruno.
Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare. I sindacati tutti hanno fatto tutto quello che era possibile, l'azienda non tenti di scaricare le sue responsabilità. Tutta quella fabbrica ormai era al collasso, sapere che quegli impianti si sarebbero spaccati così improvvisamente non era cosa potessero capire né gli operai né i sindacati. La ThyssenKrupp aveva ricevuto 35 segnalazioni per anomalie, Guariniello svela che alcuni ispettori erano anche consulenti aziendali e noi siamo solo andati a morire".

A nome di Fim-Fiom-Uilm nazionali ha parlato Gianni Rinaldini, numero uno della Fiom: "Non sono morti bianche, siamo di fronte a un omicidio compiuto nei confronti dei lavoratori, una strage. E' un' azienda che ha voluto spremere fino all'ultimo i lavoratori per ricavare profitti. E' normale che ci sia tanta rabbia, bisogna muoversi per colpire i responsabili". Rinaldini ha ricordato che venerdì tutti i metalmeccanici italiani si fermeranno per quattro ore. "E' una rabbia giustificata - ha detto Rinaldini a proposito dei fischi - che esprime uno stato d'animo che va compreso. Sono lavoratori che hanno visto morire i loro colleghi nel fuoco. C'é una richiesta urlata di giustizia in un paese dove di giustizia per i morti di lavoro se n' è fatta ben poca".

"Tutte le morti sul lavoro sono una tragedia, e pongono una questione nazionale di grande drammaticità e peso umano, ma con quelle di Torino, stavolta, "per il modo in cui tanti giovani operai hanno perso la vita, siamo di fronte a qualcosa che va oltre, a qualcosa di atroce". E' la riflessione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - in un colloquio con il quotidiano La Stampa - che sulle morti bianche sollecita che "ciascuno si assuma le sue responsabilità, a cominciare dalle imprese, ognuna delle quali, quando si verifichi un incidente sul lavoro mortale o comunque grave, deve dar conto dei propri comportamenti dinanzi alla magistratura e a tutti i poteri interessati".

Ora, il governo accelera i tempi: il testo per la sicurezza sui luoghi di lavoro prevede pene severe, come l'arresto fino a tre anni e controlli accurati nelle imprese, ma il rischio è che - senza l'approvazione dei decreti attuativi - resti lettera morta. Martedì se ne parlerà in Consiglio dei ministri, ma difficilmente un quadro complessivo si potrà avere prima del 17 dicembre, quando è fissata una riunione tra i soggetti interessati, regioni comprese.
Una spinta a stringere i tempi l'aveva data già ieri sera il presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato a Lisbona nel vertice Ue-Africa, dando appuntamento per il suo rientro a Roma per una verifica sulla necessità di ''spingere o anticipare l'approvazione di alcuni aspetti del ddl Damiano''. E proprio il ministro Damiano saluta la notizia di un nuovo "tesoretto" Inail da 12 miliardi di euro spiegando che "sarebbe una rivoluzione se tornasse ai lavoratori sottoforma di miglioramento delle tabelle di indennizzo e alle imprese come riduzione del costo del lavoro, e cioè come forma di premialità nel caso diminuisca il numero di incidenti".

A chiedere un ulteriore impegno, e cioè il via libera entro Natale ai decreti attuativi della legge approvata il primo agosto scorso, è stato il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero chiedendo al governo di scegliere la via più breve, anche quella della Finanziaria, pur di approvare i decreti. Altrimenti quella legge "è come se non ci fosse o, quanto meno, è un buon proposito destinato a restare sulla carta''. E Ferrero ha manifestato oggi a Torino perché, spiega, ''non siamo di fronte a una fatalità ma a una tragedia che come molte altre si sarebbe potuta e dovuta evitare. Questo è ora compito ineludibile della politica''. E domattina (martedì) alle 9, alla Camera, è fissata una riunione della Sinistra-arcobaleno per adottare una linea comune da tenere nel Consiglio dei ministri che dovrebbe adottare misure per contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro. L'orientamento è di chiedere un provvedimento d'urgenza.

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mercoledì, 05 dicembre 2007

Coppie di fatto, finalmente una buona notizia

di Katia Zanotti*

Una buona notizia, decisamente buona. La Commissione Giustizia del Senato a maggioranza ha approvato il ddl sui Cus, i contratti di Unione solidale, presentato dal relatore e presidente della Commissione, Cesare Salvi. Il testo votato oggi e' una positiva base di partenza per la discussione che si prevede inizierà a gennaio.
Finalmente. Si tratta di un provvedimento di enorme rilevanza, molto atteso e, come è noto, molto osteggiato.

Le legge sui CUS eliminerebbe, per chi lo desidera, quello stato di estraneità e irresponsabilità reciproca a cui la legislazione italiana costringe i conviventi, indipendentemente dalla lunghezza della convivenza e dalla esistenza di solidi legami di solidarietà e reciprocità.
Consentirebbe di dare riconoscimento pubblico a legami liberamente scelti, in ottemperanza al dettato costituzionale che all'art. 2 dichiara che vanno riconosciute tutte quelle «formazioni sociali in cui un individuo realizza la propria personalità». Si tratta dunque di proposte attente a non toccare neppure linguisticamente il nervo scoperto (ormai solo nel nostro Paese) della definizione di famiglia e ancor più dell'istituto matrimoniale.

E proprio a proposito di definizione di famiglia, l'altra notizia, che mette in pessima disposizione, riguarda il pensiero di Massimo D'Alema verso i matrimoni fra coppie omosessuali e la sacralità del vincolo matrimoniale.
L' opinione che la famiglia è quella fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, esibita in modo imperturbabile di fronte ai giovani di un Istituto tecnico di Roma, pone il ministro degli Esteri perfettamente in sintonia con la Chiesa cattolica. Secondo il Vaticano e secondo D'Alema due persone dello stesso sesso che vivono un rapporto d'amore, che si sostengono reciprocamente, che si assumono responsabilità l'una nei confronti dell'altra "possono vivere uniti senza simulare un matrimonio" perché il matrimonio per la Chiesa è un Sacramento e perciò offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente.

E perché mai di fronte a queste affermazioni non dovrebbe sentirsi offeso il sentimento profondamente civile di quei milioni di donne e uomini, di gay e lesbiche che ritengono che un Paese laico non può sottrarsi dal compito di dare riconoscimento e sostegno alle libertà individuali, ai diritti, all'eguaglianza fra le persone, alla libertà femminile?
Forse perché per D'Alema una società diversa da quella in cui viviamo si disegna nelle strutture economiche e nei rapporti istituzionali, non certo in una migliore definizione della vita delle donne e degli uomini e dei rapporti fra di loro.

D'Alema, che si dichiara colpito dal fascino della fede, evidentemente teme, così come lo teme la Chiesa, il matrimonio fra omosessuali come elemento di destabilizzazione della struttura sociale che vede nella famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna le sue fondamenta. Eppure, dovrebbe rientrare in una idea di civiltà, anche da lui condivisa, il riconoscimento alle minoranze di diritti, soprattutto in quelle situazioni, quelle delle coppie omosessuali in questo caso, in cui si sacrifica la dignità delle persone e si impedisce loro di definire le proprie relazioni.

Le persone omosessuali non chiedono solo la fine delle discriminazioni e la libertà di ciascuno e ciascuna nella propria sfera sessuale, ma avanzano un'idea di relazione, di scambio, di progetto, di reciprocità, di responsabilità che contengono in sé un profondo valore morale.
Nulla c'è di più socialmente coerente che dichiarare pubblicamente la propria responsabilità verso un rapporto, sia che questa dichiarazione avvenga attraverso il matrimonio, sia che avvenga attraverso una unione civili.

Le esternazioni di D'Alema impoveriscono dimensioni alte dei progetti di vita delle persone e non rincuorano di certo circa la dotazione di una identità culturale più forte e laica del futuro Partito democratico. C'è una soglia oltre la quale la mediazione non è più tale, ma rinuncia al principio.
Il problema è che la cultura laica, intesa essenzialmente come capacità di autonomia morale, scarseggia drammaticamente in una parte della classe politica, essenzialmente quella del centro destra, ma scarseggia evidentemente anche dentro il PD.

*Deputata Sinistra Democratica

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martedì, 04 dicembre 2007

Assemblea Generale della Sinistra e degli Ecologisti

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Roma l’8 e 9 dicembre 2007
Nuova Fiera di Roma – Ingresso Est
Via Alexandre Gustave Eiffel

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