giovedì, 29 marzo 2007

Mussi: dopo il congresso una nuova sinistra


La sinistra dei Ds non farà la sinistra del Partito Democratico. Fabio Mussi sul punto è chiaro. E, alla fine dell'Assemblea dei coordinatori regionali della seconda mozione congressuale, risponde al segretario della Quercia Piero Fassino che è tornato a chiedergli di restare nei Ds per entrare nel Pd. «I partiti non sono dei tram – incalza Mussi - Non si scende da uno per trovare poi subito posto a sedere su un altro...». Quindi dichiara: «Dall'inizio ho sempre detto che non me la sento di fare la minoranza del Pd. Io sono stato minoranza nei Ds, ma non sempre...». «Sono stato anche maggioranza - assicura sorridendo - È solo da una certa data in poi che sono diventato minoranza».

Insomma la Sinistra Ds ha ormai rotto gli indugi: in contemporanea con la costituente del Pd, partirà una costituente della sinistra per dar vita ad «un movimento organizzato e autonomo con l'obiettivo di offrire una proposta unitaria alla sinistra italiana». Fabio Mussi, tirando le somme della riunione che ha visto impegnati per tutto il giorno gli esponenti dell'ex correntone, dell'area Salvi, Fulvia Bandoli e Valdo Spini, ha rivolto in realtà un «ultimo appello alla maggioranza» per fermare il treno del Pd, anche se la risposta di Piero Fassino era già scontata e ribadita: accelerare la costruzione del Pd, che sarà pronto entro la primavera del 2008.

Quindi la Sinistra, ribadita l'impossibilità di entrare a far parte di un partito «dai contorni identitari poco chiari», ha assicurato che parteciperà al congresso nazionale di Firenze, dove non è escluso che ponga nuovamente la questione dell'adesione al Pse sottoponendo l'assemblea congressuale ad un voto, ma subito dopo avvierà un percorso nuovo. «Il documento ha avuto un larghissimo consenso - ha sottolineato Mussi - ma lo facciamo con lo stato d'animo di chi vede chiudersi una storia, dopo tanti anni di militanza in un partito».

Il primo passo sarà quello della costituzione dei gruppi parlamentari autonomi, il lavoro preparatorio và avanti già da un po’ di tempo ma prenderà forma il 16 aprile nella riunione dei delegati al congresso. «Serviranno a dare sicurezza e un punto di riferimento istituzionale importante», spiega Luciano Pettinari che non nasconde il timore che lungo la strada alcuni esponenti dell'ex correntone sul territorio potrebbero decidere di restare con la maggioranza, magari tentati da qualche proposta. Ma «confidiamo che una parte della mozione Angius venga con noi».

L'idea è quella di dar vita ad un movimento politico che diventi l'interlocutore alla pari delle altre formazioni della sinistra che hanno interesse a riorganizzarsi dopo la nascita del Pd: Prc, Socialisti, Verdi, Pdci. «Sarà un percorso lungo - spiega ancora Pettinari - ma il nostro obiettivo non è quello di entrare in un partito già esistente piuttosto quello di creare qualcosa di nuovo».
postato da: celestinaroma alle ore 23:51 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, 28 marzo 2007
Cei: "Coppie gay, legalizzazione insuperabile
Politici cattolici non siate incoerenti"

ROMA - I vescovi hanno diffuso la Nota pastorale sulla famiglia e sui Dico: "La legalizzazione delle coppie di fatto è inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo; avrebbe effetti deleteri sulla famiglia". E sulla legalizzazione dell'unione di coppie omosessuali, la Cei scrive: "Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perchè, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile".

Ciò non toglie, spiega la Nota della Cei, il rispetto che la Chiesa conferma verso la dignità di ogni ogni persona, indipendentendemente dalla propria scelta sessuale: "Vogliamo però ricordare - scrivono i vescovi - che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza".

I vescovi non dimenticano di parlare ai politici cattolici ai quali rinnovano l'invito a votare no ai Dico: "Nessun politico che si proclami cattolico può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Sarebbe incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto". Il parlamentare cattolico ha il "dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro qualsiasi progetto di legge che possa dare un riconoscimento alle unioni gay", scrivono i vescovi italiani.

La Nota della Cei diffusa oggi richiama esplicitamente, per motivare la posizione espressa rispetto ai cattolici impegnati in politica, due documenti della Congregazione per la dottrina della fede del 2003 e del 2002, quando l'organismo vaticano era guidato da Joseph Ratzinger, futuro Papa. In particolare la condanna che il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere verso il riconoscimento legale delle unioni omosessuali, è contenuta nelle Considerazioni della Congregazione pubblicate nel giugno di quattro anni fa.

postato da: celestinaroma alle ore 14:06 | Permalink | commenti (1)
categoria:
martedì, 27 marzo 2007
MANIFESTAZIONE
postato da: celestinaroma alle ore 14:07 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 27 marzo 2007

Facciamo parlare i numeri

Red.,  26 marzo 2007

Congresso Ds      Manca all'appello l'intera federazione di Vibo Valentia, per la quale pende un ricorso aperto e irrisolto. Poi mancano non più di un centinaio di congressi in giro per l'Italia, particolarmente al Sud. Dopo di che il sipario cala sui congressi dei DS e - dato l'esito - sugli stessi DS



E' bene far parlare i numeri, ora i congressi stanno giungendo alla fine. Manca all'appello l'intera federazione di Vibo Valentia, per la quale pende un ricorso aperto e irrisolto. Poi mancano non più di un centinaio di congressi in giro per l'Italia, particolarmente al Sud. Dopo di che il sipario cala sui congressi dei DS e - dato l'esito - sugli stessi DS.

A questo punto hanno votato 199.960 iscritti. Fassino ha raccolto poco più di 149 mila voti, pari al 74.7%. Mussi è giunto a 32.419 voti pari al 16.2% e Angius a 17.296 voti, equivalenti all'8.6%. I conti percentuali tornano con il computo di qualche centinaio di bianche e nulle.

In ben otto regioni Fassino è sotto il 70%, a cominciare dal Piemonte (68.7% contro il 74% di due anni fa). Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Marche, Veneto, Molise, Sicilia le altre regioni nelle quali un terzo del partito ha espresso contrarietà alla mozione del Segretario.

A Lamezia Terme la mozione Mussi vince in quattro sezioni su quattro. A Ragusa la mozione Mussi vince con 1174 voti contro i 746 di Fassino. A Roma a congressi conclusi la mozione Mussi ha ottenuto 600 voti con gressuali in più del precedente congresso.

In Emilia Romagna e in Toscana Fassino raggiunge 40 mila voti,quasi un terzo - in queste due regioni - dell'intero dato nazionale.

Si è ripetuta in questo congresso la medesima dinamica già conosciuta due anni fa. A determinare l'assestamento dei dati sono non più di 6-7 federazioni tosco-emiliane. Da queste scaturisce la spinta decisiva della mozione del segretario. D'altra parte senza questo fenomeno e computando una media ponderale che tenga conto dell'andamento generale nel resto d'Italia, la mozione Fassino si attesterebbe non oltre il 70%.

postato da: celestinaroma alle ore 13:56 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 27 marzo 2007
SENATO DELLA REPUBBLICA
-------------------- XV LEGISLATURA --------------------


2a Commissione permanente
(GIUSTIZIA)

66ª seduta: martedì 27 marzo 2007, ore 14,30
67ª seduta: mercoledì 28 marzo 2007, ore 15


ORDINE DEL GIORNO


IN SEDE REFERENTE

I. Seguito dell'esame congiunto dei disegni di legge:
1. Vittoria FRANCO ed altri. - Norme sul riconoscimento giuridico delle unioni civili.
(Pareri della 1a, della 4a, della 6a, della 11a e della 12a Commissione)
(18)
2. MALABARBA. - Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra i coniugi.
(Pareri della 1a, della 3a, della 4a, della 5a, della 6a, della 8a, della 10a, della 11a e della 12a Commissione)
(62)
3. RIPAMONTI. - Disposizioni in materia di unioni civili.
(Pareri della 1a, della 3a, della 4a, della 5a, della 6a, della 11a e della 12a Commissione)
(472)
4. SILVESTRI ed altri. - Disciplina del patto civile di solidarietà.
(Pareri della 1a, della 4a, della 6a, della 11a e della 12a Commissione)
(481)
5. BIONDI. - Disciplina del contratto d'unione solidale.
(Pareri della 1a, della 11a e della 13a Commissione)
(589)
6. BOCCIA Maria Luisa ed altri. - Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto.
(Pareri della 1a, della 3a, della 4a, della 5a, della 6a, della 11a, della 12ae della 13a Commissione)
(1208)
7. MANZIONE. - Disciplina del patto di solidarietà.
(Pareri della 1a, della 3a, della 4a, della 5a, della 6a, della 11a e della 12a Commissione)
(1224)
8. RUSSO SPENA ed altri. - Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra i coniugi.
(Pareri della 1a, della 3a, della 4a, della 5a, della 6a, della 8a, della 10a, della 11a, della 12ae della 14a Commissione)
(1225)
9. RUSSO SPENA ed altri. - Disciplina delle unioni civili.
(Pareri della 1a, della 3a, della 5a, della 6a, della 11a, della 12ae della 13a Commissione)
(1227)
10. Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi.
(Pareri della 1a, della 3a, della 5a, della 7a, della 8a, della 11a, della 12a, della 13a, della 14a Commissione e della Commissione parlamentare per le questioni regionali)
(1339)
- Relatore alla CommissioneSALVI.
postato da: celestinaroma alle ore 11:42 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 27 marzo 2007
CHI TIENE ALLA FAMIGLIA NON SFILA AL FAMILY DAY
Per la Saraceno "Non si può dialogare con chi delegittima ogni posizione diversa e spesso manca di rispetto per le vite e le scelte altrui, specie quando non sono ipocrite, ma alla luce del sole"
martedì 27 marzo 2007 , di la Stampa
 
 
CHIARA SARACENO


 
Bisogna ammetterlo. Ancora una volta la Chiesa cattolica e il cattolicesimo organizzato sono riusciti a imporre i termini del dibattito sulla famiglia. La trovata del «Family day» è indubbiamente geniale in un paese in cui non si fanno figli non perché ci siano i Dico o perché ci siano troppi omosessuali o transessuali, ma perché i giovani trovano poche ragioni per uscire dalla famiglia di origine e per provare a farsene una propria. E dove la famiglia basata su saldi rapporti di solidarietà intergenerazionale continua a costituire la principale rete di protezione, ma anche di trasmissione delle disuguaglianze, in uno Stato sociale insieme frammentario e poco equo.
Anche a causa di una cultura laica poco radicata e di una politica sottomessa e impaurita, la Chiesa è infatti riuscita a creare nell’immaginario collettivo un corto circuito politicamente e simbolicamente dirompente tra l'assenza di politiche significative di sostegno alle responsabilità familiari e il riconoscimento di alcuni diritti civili e di libertà - e le contestuali responsabilità che ne derivano - a chi non vuole o non può sposarsi, tra un tasso di fecondità ai minimi termini e la diffusione di omosessualità e transessualità. Come se l'assenza di politiche di sostegno alle responsabilità familiari non fosse una eredità che proviene da decenni di governo democristiano e di una ben più lunga influenza della Chiesa, del suo magistero e della sua cultura sul discorso pubblico sulla famiglia - certo anche con l'indifferenza della sinistra.
Questa assenza di politiche ha squilibrato fortemente la nostra spesa sociale, tutta fatta di pensioni e poco altro. I trasferimenti verso le giovani generazioni sono tutti affidati alla solidarietà familiare; così come la cura verso le generazioni più fragili è tutta affidata alla generazione di mezzo. La famiglia italiana non riesce a riprodursi non per eccesso di individualismo edonistico, ma perché è sovraccaricata da compiti di solidarietà e da troppo forti dipendenze. In altri Ppaesi in cui la famiglia è apparentemente meno «forte», l'accettazione sociale e legale della pluralità dei modi di farla è più consolidata, il Welfare più equo, la solidarietà tra le generazioni non viene affatto meno e si fanno anche più figli. Si continua cioè a «fare famiglia», più che in Italia.
Certo, sarebbe bello sviluppare un discorso pacato e ragionevole su tutto ciò, quando si parla di famiglia e anche quando si parla di riforma delle pensioni o di ammortizzatori sociali. Perché è lì che si gioca in larga misura la partita delle risorse da destinare a chi vuole «fare famiglia», che significa assumersi responsabilità durature verso altri. Ma non è questo che interessa agli organizzatori del Family day, non è questo il dialogo che vogliono. La contrapposizione frontale ai Dico da cui nasce il Family day segnala che in gioco non è la definizione di politiche ragionevoli ed efficaci che sostengano coloro che vogliono avere un bambino, occuparsi di un genitore divenuto fragile, sostenersi reciprocamente nella buona e cattiva sorte. C'è la pretesa di mantenere il monopolio della definizione di quali sono i rapporti responsabili e quali no, quali gli amori leciti e quali quelli illeciti.
Ricordo che in nome di questa pretesa a lungo non sono stati riconosciuti pienamente i diritti dei figli naturali, e solo oggi, nel 2007, si è finalmente arrivati a una proposta di legge bipartisan che elimina ogni disparità tra figli legittimi e naturali. Così come ci si è opposti strenuamente al divorzio, pur tollerando ogni sorta di «famiglia di fatto», purché rimanesse nell'ombra. E ancora oggi si impone a chi vuole divorziare una ipocrita «pausa di riflessione» che è solo una inutile, e spesso controproducente, pena aggiuntiva nel già complicato processo di scioglimento del matrimonio.
Non andare al Family day, contrariamente a quanto sembrano pensare Lucia Annunziata e altri, non significa non sostenere il valore dei rapporti familiari, e neppure sostenere le ragioni degli omosessuali e transessuali in opposizione a quelle della famiglia. Non si può dialogare con chi delegittima a priori ogni posizione diversa e spesso manca di rispetto per le vite e le scelte altrui, specie quando non sono ipocrite, ma alla luce del sole. Attaccarsi al carro del Family day per legittimarsi come difensori della famiglia non solo non porterà alcun beneficio politico al centro-sinistra, ma rafforzerà nell'immaginario collettivo quella contrapposizione tra diritti individuali e difesa della famiglia, e anche tra orientamento sessuale e comportamento etico, che invece occorrerebbe correggere.
postato da: celestinaroma alle ore 11:22 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 26 marzo 2007
I NUMERI

174 LE VITTIME di omicidi in ambito familiare secondo il rapporto Eures 2006. Si muore di più in famiglia che per mano della delinquenza organizzata (146 vittime, pari al 29,1 per cento del totale) e della delinquenza comune (91 vittime). E nel 2003 le vittime dei delitti in famiglia erano state 201 (pari al 30,5 per cento), nel 2002 erano state 223 (39,9 per cento).
49,1 PER CENTO: questa è la quota degli omicidi in famiglia sul totale al Nord. Anche al Centro il maggior numero di delitti è di stampo familiare (46,3 per cento). Al Sud si conferma il primato della criminalità organizzata.
56,3 PER CENTO: tante sono sul totale le donne vittime di delitti di famiglia. Il contesto relazionale nel quale maturano più delitti è quello della coppia (cento, pari al 53 per cento).
postato da: celestinaroma alle ore 12:35 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 26 marzo 2007
Quando in famiglia
si nasconde il killer

IL QUADRETTO il numero di omicidi maturati all’interno della famiglia e dei «rapporti di prossimità» (parenti, amici, vicini) ha superato quello degli omicidi legati alla malavità e alla criminalità organizzata. I casi più famosi, quelli di Erika e Omar a Novi Ligure e quello - dieci anni prima - del veronese Pietro Maso
«L
a vita dei coniugi... si snoda lungo un percorso che visto dall’esterno, rimanda ai messaggi contenuti in quegli spot pubblicitari che rappresentano famiglie serene perchè benestanti, perchè armoniche e non conflittuali al loro interno, perchè non preoccupate dall’incertezza per il futuro...». Così nella relazione dei periti del pubblico ministero.
Peccato che uno dei due coniugi sia morto, la donna, accoltellata insieme con il figlioletto, per mano non di un uomo alto e grosso e dai capelli bianchi e da un altro, esile e scuro come un albanese, ma della figlia. La storia di Erika e Omar da Novi Ligure. La storia di una famiglia. Come ce ne sono tante nel bene e nel male. Famiglie di buona educazione, cattolicissime, benestanti, pratiche comuni tra la scuola dei figli, la palestra, la spese, la cucina, un lavoro del capofamiglia che garantisce tutto. E famiglie meno benestanti ma educate dalla stessa televisione, pronte a condividere lo stesso benessere o almeno l’aspirazione allo stesso benessere. Famiglie così, in alcune delle quali il marito uccide la moglie, la moglie uccide il marito, il marito uccide la moglie e i figli e qualche volta i figli uccidono entrambi. Se si rifanno le storie, i nomi sarebbero tanti, ma i ritratti si assomiglierebbero. Dopo la fine, nella villetta di Cogne, del piccolo Samuele, quanti neonati o bimbetti, fratelline e sorelline, sono morti, affogati nei laghetti o soffocati nelle lavatrici.
Secondo un rapporto dell’Eures nel 2006 il numero di omicidi maturati all’interno della famiglia e dei "rapporti di prossimità" (parenti, amici, vicini) ha superato quello degli omicidi legati alla malavità e alla criminalità organizzata. L’ambito familiare, con 174 vittime (pari al 29,5 per cento del totale, s’è confermato quello più a rischio, superando in misura rilevante le vittime della criminalità mafiosa (146, pari al 24,4 per cento). Al secondo posto gli omicidi tra conoscenti: 59 vittime, cioè il 9,9 per cento.
Gianfranco Bettin, ex prosindaco di Venezia con Massimo Cacciari sindaco ed ora consigliere regionale, in un libro molto bello (L’erede, pubblicato da Feltrinelli nel 1992) aveva ricostruito alla maniera di Truman Capote (A sangue freddo) il delitto di Montecchia di Crosara, i primi monti della pianura del Nordest, provincia di Verona. Dove, in una notte infernale, Pietro Maso aveva massacrato i genitori a padellate con l’aiuto di alcuni amici del paese. Voleva i soldi, Pietro, per comprarsi la macchina, probabilmente una Delta Alfa Romeo Rossa. Il patto con i complici l’aveva stabilito nel bar del paese, a un tavolo all’angolo. Alla fine s’era alzato annunciando: «G’avemo da copar gente». Perchè? «Pei schei».
Gianfranco Bettin ha ripreso il libro, ha cambiato il titolo che è diventato Eredi (sempre per Feltrinelli), dopo aver aggiunto la storia, questa volta in poche pagine, di un altro delitto: quello appunto di Erika, che in compagnia di Omar, uccide la madre Susy Cassini e il fratellino.
Due famiglie molto diverse diverse, dieci anni tra una strage e l’altra non sono pochi. La famiglia di Maso è tradizionale e tradizionalista, radicata nella sua cultura contadina, conosce il benessere, ma osserva con prudenza il proprio futuro, vive il consumismo ma non si è ancora lasciata prendere dal consumismo. La famiglia di Erika prende sul serio il mondo del Mulino Bianco e si specchia in quel panorama e nella sua paccottiglia: nel senso dello spot, dove i genitori appaiono giovani e belli ancora, fanno colazione al mattino con i figli, due figli in perfetto equilibrio, un maschio e una femmina, si capisce che non avvertono difficoltà economiche. Erika ha un fratello: Il padre, immigrato dal sud, fa carriera nell’azienda più importante della zona, entra nel Rotary, è un uomo in vista. Anche la moglie tiene al decoro. Va in palestra con la figlia, le parla molto, si scambiano i vestiti, fanno spese insieme. Non vivono l’immaginario del consumismo: sono precipitati nel consumismo.
A Montecchia di Crosara si prospera ancora nel Veneto contadino e il delitto di Pietro Maso ha qualcosa di arcaico. A Novi il trapasso è avvenuto: la cultura televisiva domina con i suoi modelli, i gusti sono plasmati dalla pubblicità, che diventa riferimento della rispettabilità e della moralità. Ma sono la rispettabilità e la moralità dei genitori, che cercano di imporle, nelle stesse identità, ai figli. Se i figli danno la sensazione di uno scarto, allora li si compra: se la figlia va male a scuola, la si perdona quando promette che il brutto voto non si ripeterà più, se invece si ripeterà si cerca un’altra scuola che si immagina più adatta a lei, per incoraggiarla le si regala l’ultimo modello dei jeans. Si compiacciono i figli. Ci si consola leggendo nel loro malessere solo un capriccio. I figli sembrano vicinissimi, ma la distanza si è già fatta incolmabile. La contraddizione vera non esplode mai. Erika, come tutti, si scava una nicchia tra gli amici e il fidanzatino Omar. Quando la nicchia non basta più, uccide. La sua fantasia è proiettata verso un futuro senza costrizioni. Pochi giorni prima del delitto in un tema aveva scritto: «La mia famiglia è magica e immensa...». Erika, il padre e la madre condividono lo stesso orizzonte. Aveva scritto Erika di sua madre: «Come due sorelle». Al contrario di Pietro Maso, che è un’altra vita rispetto a quella del padre. Erika, la madre e il padre sono uguali. Nella falsità di questa apparente omogeneità la famiglia soffoca. Erika uccide per sentirsi libera. Per questo il suo delitto è un delitto senza tempo.
Chi, tra i magistrati, ascolterà le parole di Erika e del padre, “intercettati” nella caserma dei carabinieri di Novi Ligure, commenterà: «È sembrato che ciascuno gestisse da solo il proprio sconvolgimento (anche Erika a modo suo) e la vicinanza nella stanza della caserma era soprattutto contiguità fisica».
«E QUANDO QUELLA PARTORISCE, tu subito ci vai, in chiesa o in comune, tu ci vai e ci metti la firma».
«Sì mamma, se mi prendi il vestito di Dolce e Gabbana».
VILLE SUL LAGO e filatori rivali, traffici d’armi e amori che corrono da una parte all’altra, barche a vela e bonarie trattorie d’altri tempi sulla darsena che pare un quadretto dell’Ottocento. Papà industriale con l’ex moglie di gagliardo quarantenne di successo, che perde la testa per la vivace studentessa in legge che profittando della propria avvenenenza arrotonda tramite agenzia compiacente e che, per completare tesi di laurea, frequenta la locale questura, dove presta la propria opera il figliolo poliziotto del gagliardo quarantenne: colpo di fulmine e la bella, sincera amante e riamata, molla il padre per il figlio ignaro... Mentre la figlia dello stesso quarantenne prima spasima per un severo medico, poi incrocia per caso il fratello e non resiste alla tentazione di provare anche lui... Persino l’attempata moglie del simpatico e solare trattore non resiste alla tentazione di rinvigorire un’antica passione per un mago terapeuta argentino, tenebroso cialtrone che finisce il galera. Non basta una vita a raccontare “Vivere”, soap opera al settimo anno d’esistenza nell’etere di Canale 5, tra le più seguite, ogni giorno tranne il sabato e la domenica a partire da mezzogiorno e mezzo. Tante storie senza una famiglia che sia una: niente, solo disastri dentro casa...
«Eppure Vivere - racconta Davide Sala, caposcrittura, responsabile insomma del manipolo di sceneggiatori che di giorno in giorno inventano personaggi, dialoghi e situazioni - era nata come soap opera delle famiglie, risposta a “Un posto al sole”, tra protagonisti di un livello sociale un po’ più alto, presentando appunto tre famiglie in una provincia italiana che il benessere l’aveva già raggiunto».
Peccato che nel giro di sette anni di famiglia, padre, madre, figli, nipoti, nonni, non ne sia rimasta in piedi una...
«La prima responsabilità è degli attori che se ne vanno, che scelgono altri impegni. Insomma questioni produttive hanno un effetto disgregante sulle famiglie...».
Magico intreccio realtà finzione...
«Adesso stiamo cercando di ricostruirle».
Il bravo poliziotto vuole mettere su casa con l’ex amante del padre, che sembra non mollare la presa e s’offre di pagare l’affitto...
«Dalla disgregazione alla ricomposizione dell’unità familiare, rapporti conflittuali attraverso i quali matura di nuovo l’identità della famiglia».
Tutto il contrario della famiglia salda e quadrata di fronte ad ogni avversità, di “Raccontami”, lo sceneggiato di Raiuno con i bravissimi Massimo Ghini e Lunetta Savino: a Roma il quadretto dell’Italia anni sessanta e sulle rive del lago invece gli anni nostri... Italia fiduciosa in cerca di benessere e felicità, Italia viziata, senza ideali, senza morale... Non è che proprio quest’Italia, più realistica in fondo al di là dei colori pastello della soap, alla fine intrighi di più lo spettattore e faccia più audience?
«Il pubblico preferisce la famiglia tradizionale di “Raccontami”, perchè c’è malgrado tutto una gran voglia di famiglia, si guarda con nostalgia al passato, il presente mette paura, si cerca di ritrovare le radici. Ma la famiglia è esposta alle dinamiche della modernità... E molte fiction, soprattutto americane, di grande successo, rappresentano questa difficoltà, lo scontro-incontro con un tessuto sociale che minaccia il nucleo familiare compatto».
Ma la nostalgia riguarda la famiglia come centro organizzato, sede istituzionalizzata di protezioni reciproche?
«Riguarda la famiglia, perchè si crede nella famiglia come luogo dei sentimenti. Non conta la cornice. Contano i legami sentimentali che la famiglia può esprimere. Contano il cuore, gli affetti, la solidarietà...».
Quindi vale la famiglia benedetta in chiesa esattamente quanto la famiglia dei conviventi e lo coppia gay. Metterebbe in scena la convivenza di una coppia omosessuale?
«La prima volta di una coppia omosessuale in una fiction risale al 1974. Una fiction australiana. Insomma non sarebbe una apparizione rivoluzionaria. A chi guarda la tv piace una storia dove i sentimenti appaiono forti. Anche i sentimenti dei cattivi: all’interno di una logica, ovviamente, non per il puro gusto di far del male».
(3 / segue)


di Oreste Pivetta
postato da: celestinaroma alle ore 12:24 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 24 marzo 2007
 
 
A SENTIRLI PARLARE DI FAMIGLIA E VALORI, I NOSTRI ULIVISTI SEMBRANO I NEOEVANGELICI
DI AURELIO MANCUSO
sabato 24 marzo 2007 , di Il Riformista
 
FAMILY DAY. LE PAROLE DI SERAFINI E BASSOLI  DI AURELIO MANCUSO

A sentirli parlare di famiglia e valori, i nostri ulivisti sembrano i neoevangelici





Davvero questo Ulivo non ci risparmia proprio nulla. Pensavamo che dopo la manifestazione del 10 marzo si sarebbero tacitate quelle voci, tra cui i teodem, che continuano a contrastare quella timida e pasticciata proposta di legge che va sotto il nome di Dico. Invece le indiscrezioni sulla riunione dei responsabili welfare e d'alcuni rappresentanti dei gruppi parlamentari del nascente Partito democratico, ci sollecitano nuove riflessioni. Anna Serafini in prima linea ha perorato la causa di un'adesione al Pride cattolico del 12 maggio in piazza San Giovanni. Un'adesione sulla base di un'affermazione contenuta nel manifesto delle sigle promotrici «il sostegno alla famiglia così come viene definita dalla Costituzione, e la non equiparazione con altre forme di convivenza o relazione affettiva». Sembra di ascoltare i gruppi neo evangelici americani, quelli, per intenderci, che hanno contribuito alla vittoria di Bush. Cosa dire oltre a ciò? Come esprimere un disperante disgusto per un ceto politico così lontano dalla sua mission? Tenteremo di evidenziare alcune questioni. La prima è questa. Se parlare di famiglia equivale a utilizzare le categorie proprie della destra italiana (non quella europea, che ha altre opinioni) la colpa è della sinistra. Per usare altri termini: agli studiosi di scienze sociali non è mai venuto in mente di pensare che ci sia un unico tipo di famiglia, fondata sul matrimonio.

Siamo inoltre spinti a ricordare alla senatrice Serafini e alla sua amica Fiorenza Bassoli responsabile del welfare per i Ds (una novella Buttiglione in casa Ds) che da un punto di vista sociologico e culturale di tipologie di famiglie ne esistono molte, e non da oggi, ma da secoli. Che la famiglia è un valore, se la intendiamo come un'organizzazione umana basata sui legami affettivi, sensuali e sessuali forti, in cui si riconoscano diritti e doveri. È troppo per queste eminenti atee devote di sinistra? Beh, le invitiamo a leggersi testi internazionali e ricerche universitarie, invece di fermarsi ai provinciali ed estremisti documenti vaticani o alle furbette sollecitazioni dei loro prossimi amici di partito, tra cui Bobba e Carra. L'idea che l'Ulivo, ovvero la lunga e travagliata gestazione del prossimo Partito democratico, aderisca al Family Day evidenzia, quindi, due aspetti: che si intende nei fatti seppellire qualsiasi concreta disponibilità parlamentare a discutere e approvare qualsiasi tipo di provvedimento sulle coppie di fatto; il secondo che nel Dna di questo nuovo soggetto si fa spazio la convinzione ideale che l'unica famiglia degna di considerazione è quella nata dal matrimonio. Di più. Che solo con il contratto matrimoniale eterosessuale si può godere dello status sociale di nucleo accedente a tutti i diritti e tutele previsti dalla normativa. Dal punto di vista della cultura politica europea, un mostro medioevale. Non ci attendiamo che qualcuno replichi a queste nostre secche controdeduzioni, il nostro compito è solamente di registrare che il ceto politico della sinistra riformista (?) italiana sta per compiere una giravolta storica tale da renderla contigua non ai conservatori europei, ma alle frange estremiste della destra reazionaria.

Siamo noi, permalosi gay e lesbiche italiane a gridare nel deserto? Veramente è sufficiente ascoltare gli studiosi internazionali, invece che Ernesto Galli della Loggia, per accorgersi che, come dimostrano tutti i dati europei, la società è ben più avanti del palazzo. I motivi sono molteplici. Va forse messa in luce la profonda trasformazione che è avvenuta anche nei comportamenti eterosessuali: non soltanto una separazione sempre più diffusa tra sessualità e riproduttività (il senso stesso della sacralità del matrimonio religioso), ma anche la formazione di famiglie in cui convivono genitori biologici e genitori naturali. È quindi, ormai accettato dall'opinione pubblica che si possano avere figli anche senza avere un coito. L'importanza della consanguineità diminuisce, mentre aumenta l'importanza di tipi di parentela che si basano su altri legami. Questi fattori comportamentali erano già presenti nelle riflessioni del vecchio Pci (più laicamente e diffusamente nel vecchio Psi), perché si cercava sempre di ascoltare la complessità sociale con attenzione, senza tentare risposte etiche e liquidatorie. Invece il nuovo Pd sembra nascere su ben altre basi valoriali, dove la corporeità, la spinta emotiva, il sentimento, la costruzione autonoma dei progetti di vita, devono essere esclusi dal pantheon sociale, perché avversi ai codici ipocriti di una ristretta oligarchia, che ha paura che un vento liberatore, composto d'aria nuova e pulita, la spazzi finalmente via
postato da: celestinaroma alle ore 14:39 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 23 marzo 2007
Anna e le altre, stesso ricatto
«O il figlio o il lavoro»
Una donna su tre licenziata se diventa madre. Come la commessa:
brava, stimata, poi costretta a firmare un foglio in bianco...
 
 
Luciana Cimino

Minacciate, vessate e infine licenziate. Succede alle donne che decidono di avere un figlio. Potrebbe sembrare un dato irrilevante rispetto al totale dei licenziamenti che avvengono ogni anno.
Invece è costume nell’Italia del 2007, che concede ai datori di lavoro gli strumenti per farla franca e pone alle donne una scelta: diritto al lavoro o diritto alla maternità?
Il 30% delle donne che hanno avuto un figlio, dopo un anno e mezzo dalla nascita del bambino non ha più un’occupazione. Per molte di queste il mercato del lavoro non si aprirà mai più.
QUANDO un datore di lavoro ha deciso che la lavoratrice madre è un problema non ha bisogno di rischiare l’iter giudiziario. Basta aspettare l’anno di vita del bambino (termine prima del quale l’interruzione del rapporto di lavoro è impedita dalla vecchia legge
sulla maternità), e intentare un licenziamento per i più diversi motivi, intanto la vita della dipendente viene resa impossibile. E non c’è bisogno di ricorrere alle minacce, basta togliere competenze, mortificare la professionalità. Le collaboratrici a progetto, poi, non hanno scampo: difficile che il contratto venga loro rinnovato. Come è successo ad Patrizia, direttrice di un laboratorio di analisi cliniche. Aveva un contratto a progetto ed un ottimo stipendio quando ha deciso di avere un figlio. «La mentalità corrente è che il figlio ti porta via tempo e se provi ad organizzarti sei una cattiva madre. Tuo figlio si ammalerà, dicono, non sarai presente, quindi inadempiente». Se hai un contratto a tempo indeterminato, lo strumento è già nelle mani del tuo superiore: una lettera di dimissioni in bianco, che ti escuderà dall’indennità di disoccupazione. Così è successo ad Anna, commessa in una panetteria. Amata dalla famiglia che gestiva il negozio perchè con la sua gentilezza “fidelizzava” i clienti, ad Anna viene invitata a dimettersi non appena comunica di essere incinta. Si rivolge dunque al sindacato e, su consiglio della ginecologa, entra in interdizione anticipata. Ma ogni mese dovrà intervenire legalmente per ottenere il 30% dello stipendio che per legge le spetta durante la maternità. Appena rientra, sono insulti, sedie addosso, minacce. «Ti esasperano - racconta - per costringerti ad andartene spontaneamente». Ma mai davanti a testimoni, impossibile dimostrare il mobbing. Anna resiste perchè non può permettersi altrimenti ma appena la bambina compie un anno arriva il licenziamento. “Riduzione del personale”, dice la lettera, sebbene Anna fosse l’unica dipendente: facile giustificarlo con difficoltà di bilancio se fatturi a nero. Ora Anna ha vinto la causa ma, a distanza di 4 anni, non ha ancora avuto i soldi che le spettavano. «I datori di lavoro fanno affidamento sulle inadempienze dei tribunali italiani, per le famiglie a basso reddito è un dramma», spiega Daniela Cordoni della Cgil. Ma non è solo questo il punto. Poche lavoratrici hanno il sostegno familiare necessario ad fare la causa: «c’è un problema culturale - continua Cordoni - non solo nei maschi, in queste condizioni la donna tende a vivere la gravidanza come una colpa e così viene attaccata proprio nel momento più felice della sua vita». Giorgia, ha lavorato come stilista, raccogliendo grandi soddisfazioni professionali, in una dei più affermati marchi di abbigliamento femminile del paese. Quando ha comunicato la gravidanza le hanno proposto di passare da un contratto a progetto ad uno di subordinazione con la mansione inferiore di figurinista. Il contratto prevedeva un periodo di prova al termine della quale l’azienda ha deciso che era inadeguata e, dopo 2 anni, la licenzia. Il sindacato riesce a farla reintegrare ma (memore dell’esperienza di una collega che, nella medesima situazione è stata, si, riammessa ma al centralino), contratta un incentivo all’esodo.
Le aziende, sopratutto quelle alle quali non si applica l’articolo 18, rischiano poco, anche se perdono la causa. E poi le altre dipendenti in questo modo imparano la lezione. E così, in un paese con uno dei più bassi tassi di natalità d’Europa (1,9 figli a famiglia), da un lato la donna vine incitata a procreare, dall’altro viene discriminata. Nessun welfare, nessuna tutela per chi vuole un figlio. Le trentenni di oggi devono ricominciare a lottare per i diritti basilari da capo, come se trent’anni fossero passati invano.
postato da: celestinaroma alle ore 11:11 | Permalink | commenti (3)
categoria: