Quando in famiglia
si nasconde il killer
IL QUADRETTO il numero di omicidi maturati all’interno della famiglia e dei «rapporti di prossimità» (parenti, amici, vicini) ha superato quello degli omicidi legati alla malavità e alla criminalità organizzata. I casi più famosi, quelli di Erika e Omar a Novi Ligure e quello - dieci anni prima - del veronese Pietro Maso
«L
a vita dei coniugi... si snoda lungo un percorso che visto dall’esterno, rimanda ai messaggi contenuti in quegli spot pubblicitari che rappresentano famiglie serene perchè benestanti, perchè armoniche e non conflittuali al loro interno, perchè non preoccupate dall’incertezza per il futuro...». Così nella relazione dei periti del pubblico ministero.
Peccato che uno dei due coniugi sia morto, la donna, accoltellata insieme con il figlioletto, per mano non di un uomo alto e grosso e dai capelli bianchi e da un altro, esile e scuro come un albanese, ma della figlia. La storia di Erika e Omar da Novi Ligure. La storia di una famiglia. Come ce ne sono tante nel bene e nel male. Famiglie di buona educazione, cattolicissime, benestanti, pratiche comuni tra la scuola dei figli, la palestra, la spese, la cucina, un lavoro del capofamiglia che garantisce tutto. E famiglie meno benestanti ma educate dalla stessa televisione, pronte a condividere lo stesso benessere o almeno l’aspirazione allo stesso benessere. Famiglie così, in alcune delle quali il marito uccide la moglie, la moglie uccide il marito, il marito uccide la moglie e i figli e qualche volta i figli uccidono entrambi. Se si rifanno le storie, i nomi sarebbero tanti, ma i ritratti si assomiglierebbero. Dopo la fine, nella villetta di Cogne, del piccolo Samuele, quanti neonati o bimbetti, fratelline e sorelline, sono morti, affogati nei laghetti o soffocati nelle lavatrici.
Secondo un rapporto dell’Eures nel 2006 il numero di omicidi maturati all’interno della famiglia e dei "rapporti di prossimità" (parenti, amici, vicini) ha superato quello degli omicidi legati alla malavità e alla criminalità organizzata. L’ambito familiare, con 174 vittime (pari al 29,5 per cento del totale, s’è confermato quello più a rischio, superando in misura rilevante le vittime della criminalità mafiosa (146, pari al 24,4 per cento). Al secondo posto gli omicidi tra conoscenti: 59 vittime, cioè il 9,9 per cento.
Gianfranco Bettin, ex prosindaco di Venezia con Massimo Cacciari sindaco ed ora consigliere regionale, in un libro molto bello (L’erede, pubblicato da Feltrinelli nel 1992) aveva ricostruito alla maniera di Truman Capote (A sangue freddo) il delitto di Montecchia di Crosara, i primi monti della pianura del Nordest, provincia di Verona. Dove, in una notte infernale, Pietro Maso aveva massacrato i genitori a padellate con l’aiuto di alcuni amici del paese. Voleva i soldi, Pietro, per comprarsi la macchina, probabilmente una Delta Alfa Romeo Rossa. Il patto con i complici l’aveva stabilito nel bar del paese, a un tavolo all’angolo. Alla fine s’era alzato annunciando: «G’avemo da copar gente». Perchè? «Pei schei».
Gianfranco Bettin ha ripreso il libro, ha cambiato il titolo che è diventato Eredi (sempre per Feltrinelli), dopo aver aggiunto la storia, questa volta in poche pagine, di un altro delitto: quello appunto di Erika, che in compagnia di Omar, uccide la madre Susy Cassini e il fratellino.
Due famiglie molto diverse diverse, dieci anni tra una strage e l’altra non sono pochi. La famiglia di Maso è tradizionale e tradizionalista, radicata nella sua cultura contadina, conosce il benessere, ma osserva con prudenza il proprio futuro, vive il consumismo ma non si è ancora lasciata prendere dal consumismo. La famiglia di Erika prende sul serio il mondo del Mulino Bianco e si specchia in quel panorama e nella sua paccottiglia: nel senso dello spot, dove i genitori appaiono giovani e belli ancora, fanno colazione al mattino con i figli, due figli in perfetto equilibrio, un maschio e una femmina, si capisce che non avvertono difficoltà economiche. Erika ha un fratello: Il padre, immigrato dal sud, fa carriera nell’azienda più importante della zona, entra nel Rotary, è un uomo in vista. Anche la moglie tiene al decoro. Va in palestra con la figlia, le parla molto, si scambiano i vestiti, fanno spese insieme. Non vivono l’immaginario del consumismo: sono precipitati nel consumismo.
A Montecchia di Crosara si prospera ancora nel Veneto contadino e il delitto di Pietro Maso ha qualcosa di arcaico. A Novi il trapasso è avvenuto: la cultura televisiva domina con i suoi modelli, i gusti sono plasmati dalla pubblicità, che diventa riferimento della rispettabilità e della moralità. Ma sono la rispettabilità e la moralità dei genitori, che cercano di imporle, nelle stesse identità, ai figli. Se i figli danno la sensazione di uno scarto, allora li si compra: se la figlia va male a scuola, la si perdona quando promette che il brutto voto non si ripeterà più, se invece si ripeterà si cerca un’altra scuola che si immagina più adatta a lei, per incoraggiarla le si regala l’ultimo modello dei jeans. Si compiacciono i figli. Ci si consola leggendo nel loro malessere solo un capriccio. I figli sembrano vicinissimi, ma la distanza si è già fatta incolmabile. La contraddizione vera non esplode mai. Erika, come tutti, si scava una nicchia tra gli amici e il fidanzatino Omar. Quando la nicchia non basta più, uccide. La sua fantasia è proiettata verso un futuro senza costrizioni. Pochi giorni prima del delitto in un tema aveva scritto: «La mia famiglia è magica e immensa...». Erika, il padre e la madre condividono lo stesso orizzonte. Aveva scritto Erika di sua madre: «Come due sorelle». Al contrario di Pietro Maso, che è un’altra vita rispetto a quella del padre. Erika, la madre e il padre sono uguali. Nella falsità di questa apparente omogeneità la famiglia soffoca. Erika uccide per sentirsi libera. Per questo il suo delitto è un delitto senza tempo.
Chi, tra i magistrati, ascolterà le parole di Erika e del padre, “intercettati” nella caserma dei carabinieri di Novi Ligure, commenterà: «È sembrato che ciascuno gestisse da solo il proprio sconvolgimento (anche Erika a modo suo) e la vicinanza nella stanza della caserma era soprattutto contiguità fisica».
«E QUANDO QUELLA PARTORISCE, tu subito ci vai, in chiesa o in comune, tu ci vai e ci metti la firma».
«Sì mamma, se mi prendi il vestito di Dolce e Gabbana».
VILLE SUL LAGO e filatori rivali, traffici d’armi e amori che corrono da una parte all’altra, barche a vela e bonarie trattorie d’altri tempi sulla darsena che pare un quadretto dell’Ottocento. Papà industriale con l’ex moglie di gagliardo quarantenne di successo, che perde la testa per la vivace studentessa in legge che profittando della propria avvenenenza arrotonda tramite agenzia compiacente e che, per completare tesi di laurea, frequenta la locale questura, dove presta la propria opera il figliolo poliziotto del gagliardo quarantenne: colpo di fulmine e la bella, sincera amante e riamata, molla il padre per il figlio ignaro... Mentre la figlia dello stesso quarantenne prima spasima per un severo medico, poi incrocia per caso il fratello e non resiste alla tentazione di provare anche lui... Persino l’attempata moglie del simpatico e solare trattore non resiste alla tentazione di rinvigorire un’antica passione per un mago terapeuta argentino, tenebroso cialtrone che finisce il galera. Non basta una vita a raccontare “Vivere”, soap opera al settimo anno d’esistenza nell’etere di Canale 5, tra le più seguite, ogni giorno tranne il sabato e la domenica a partire da mezzogiorno e mezzo. Tante storie senza una famiglia che sia una: niente, solo disastri dentro casa...
«Eppure Vivere - racconta Davide Sala, caposcrittura, responsabile insomma del manipolo di sceneggiatori che di giorno in giorno inventano personaggi, dialoghi e situazioni - era nata come soap opera delle famiglie, risposta a “Un posto al sole”, tra protagonisti di un livello sociale un po’ più alto, presentando appunto tre famiglie in una provincia italiana che il benessere l’aveva già raggiunto».
Peccato che nel giro di sette anni di famiglia, padre, madre, figli, nipoti, nonni, non ne sia rimasta in piedi una...
«La prima responsabilità è degli attori che se ne vanno, che scelgono altri impegni. Insomma questioni produttive hanno un effetto disgregante sulle famiglie...».
Magico intreccio realtà finzione...
«Adesso stiamo cercando di ricostruirle».
Il bravo poliziotto vuole mettere su casa con l’ex amante del padre, che sembra non mollare la presa e s’offre di pagare l’affitto...
«Dalla disgregazione alla ricomposizione dell’unità familiare, rapporti conflittuali attraverso i quali matura di nuovo l’identità della famiglia».
Tutto il contrario della famiglia salda e quadrata di fronte ad ogni avversità, di “Raccontami”, lo sceneggiato di Raiuno con i bravissimi Massimo Ghini e Lunetta Savino: a Roma il quadretto dell’Italia anni sessanta e sulle rive del lago invece gli anni nostri... Italia fiduciosa in cerca di benessere e felicità, Italia viziata, senza ideali, senza morale... Non è che proprio quest’Italia, più realistica in fondo al di là dei colori pastello della soap, alla fine intrighi di più lo spettattore e faccia più audience?
«Il pubblico preferisce la famiglia tradizionale di “Raccontami”, perchè c’è malgrado tutto una gran voglia di famiglia, si guarda con nostalgia al passato, il presente mette paura, si cerca di ritrovare le radici. Ma la famiglia è esposta alle dinamiche della modernità... E molte fiction, soprattutto americane, di grande successo, rappresentano questa difficoltà, lo scontro-incontro con un tessuto sociale che minaccia il nucleo familiare compatto».
Ma la nostalgia riguarda la famiglia come centro organizzato, sede istituzionalizzata di protezioni reciproche?
«Riguarda la famiglia, perchè si crede nella famiglia come luogo dei sentimenti. Non conta la cornice. Contano i legami sentimentali che la famiglia può esprimere. Contano il cuore, gli affetti, la solidarietà...».
Quindi vale la famiglia benedetta in chiesa esattamente quanto la famiglia dei conviventi e lo coppia gay. Metterebbe in scena la convivenza di una coppia omosessuale?
«La prima volta di una coppia omosessuale in una fiction risale al 1974. Una fiction australiana. Insomma non sarebbe una apparizione rivoluzionaria. A chi guarda la tv piace una storia dove i sentimenti appaiono forti. Anche i sentimenti dei cattivi: all’interno di una logica, ovviamente, non per il puro gusto di far del male».
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di Oreste Pivetta