domenica, 26 luglio 2009

Sinistra e Libertà, esisti ancora?

di Massimiliano Smeriglio

Martedì, al confine del Brennero, la Coldiretti ha organizzato una manifestazione sacrosanta per la tracciabilità di cibi e latte e per la difesa delle produzioni locali di qualità. Alla manifestazione ha partecipato il ministro della Repubblica Luca Zaia; il responsabile delle politiche agricole è riuscito a farsi acclamare coniugando alla perfezione l'idea del governo promotore, l'idea del governo che prende parte e che si schiera apertamente con un blocco sociale. Dov'è la notizia? intanto sfido chiunque a ricordarsi il nome del ministro delle politiche agricole del governo Prodi, ma soprattutto chi ha memoria di ministri di centro sinistra, di sinistra o comunisti in grado di stabilire una connessione sentimentale e materiale con una qualsiasi parte del Paese? Non esiste...

... non esiste perché nessuno da questa parte della barricata ha più lavorato in maniera seria alla definizione del blocco sociale sapendo riconoscere l'interesse particolare. Certo, la retorica sul lavoro dipendente, o meglio sulla classe operaia (come se fosse unica al di là del contesto regionale o del tipo di contratto applicato alle singole persone) ma nulla che andasse oltre la generica litania identitaria, senza inchiesta e senza prospettiva perché manchevole del piano pragmatico.

E anche sul piano simbolico il ministro leghista non scherza. «L'unica multinazionale che difendo è quella dei contadini» - ha detto - oppure «siamo l'unico partito laburista italiano» e potremmo continuare. Zaia è un ministro competente, ha le idee chiare, sa come e dove cercare le risorse europee per difendere la sua gente dalla globalizzazione e dalla crisi della globalizzazione.

Ha fatto, come gran parte dei leghisti, la giusta trafila per arrivare a svolgere il ruolo di ministro: consigliere comunale nel suo piccolo comune, consigliere provinciale, assessore, presidente della Provincia, vice presidente della Regione veneto. Zaia fa parte di un partito che ha un capo carismatico, una cultura politica, un universo simbolico e un piano pragmatico con cui entra in connessione e attraversa la comunità operosa del nord e, ormai, del centro del Paese. Insomma la Lega ha imparato molto dalla sinistra che fu, sarebbe bene che la sinistra che non c'è riflettesse su la spregiudicatezza, il vincolo d'interessi e la selezione dei gruppi dirigenti che la Lega è in grado di praticare.

Ma soprattutto Sinistra e Libertà cosa ha detto sulla vertenza Coldiretti, sulla tracciabilità e la difesa delle produzioni locali e della qualità alimentare?

Lunedì il mondo dello spettacolo si è ritrovato, centinaia e centinaia di persone, sotto Montecitorio per protesta contro i tagli al Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo). Cerano registi famosi (Virzì, Nanni Moretti) e meno famosi, attori, caratteristi, maestranze, produttori, sindacati e tanta gente comune. Insomma anche qui un piccolo blocco sociale e culturale che, in particolare a Roma, rappresenta una vera e propria industria con cui vivono migliaia di persone. Un pezzo di società in movimento che, ben oltre la retorica dei movimenti sociali, si organizza su di un interesse concreto e di parte e magari fa derivare dalla difesa sindacale anche una idea di cultura e di produzioni audiovisive. Un movimento vero, di persone vere che si mobilitano a partire dal loro particolare. Anche qui la stessa domanda, come e su quale piano Sinistra e Libertà ha interloquito con questa mobilitazione?

Due giorni fa Peppino Englaro e Renato Nicolini, per vie e traiettorie diverse, decidono di dare battaglia dentro il Congresso del Pd. Oltre ad augurar loro buona fortuna, forse dovremmo interrogarci non tanto sulla notizia che c'è ma su quella che manca e cioè se è possibile assistere ad un esodo di queste proporzioni e qualità e mantenere la medesima ambizione di costruire nella società italiana Sinistra e Libertà? Che sforzi abbiamo fatto per convincerli a scegliere una strada diversa? O eravamo troppo indaffarati nella partita a scacchi tra i microrganismi proprietari del logo presentato alle elezioni europee?

Non c'è incontro, assemblea, riunione in cui qualcuno non si alza e chiede tra ottimismo e frustrazioni: «Sì, va bene, ma Nichi che dice?», «Perché Nichi non interviene sulle questioni politiche?», «Che pensa Nichi?», «Ma lo sa Nichi che così non reggiamo a lungo?».

Niente, Nichi non dice nulla, Nichi è lontano e non piglia parte nella contesa quotidiana per la costruzione di un nuovo soggetto politico. Nichi non c'è, Bertinotti non si sa bene cosa pensa, Mussi si è ritirato, rimane qualche raro generoso volontario sparso per il Paese e un gruppetto di uomini e donne buoni per tutte le stagioni che ancora devono elaborare il lutto di aver perso tutto il potere e gran parte della credibilità. Somigliano al Gasmann dei Soliti ignoti, simili al pugile suonato pronto a montare la guardia ogni volta che sente qualcosa che si avvicina ad un gong e che solo alla fine del film si renderà conto di come «M'hanno rimasto solo». Muta sulla vicenda delle produzioni locali, assente dalle mobilitazioni del mondo dello spettacolo, manchevole di un progetto di società in grado d'interloquire con personalità come Peppino Englaro e Renato Nicolini, indifferente agli esodi dalla politica ed alle diserzioni, incapace di esprimere un piano simbolico e di indicare un blocco sociale di riferimento e quindi una politica, evanescente sul tema di una leadership scelta democraticamente. Una leadership in grado di decidere in fretta e di stare nell'agone quotidiano dello scontro politico. E' vero che i grandi media ci ignorano, è vero anche che ci ignorano perché nessuno parla e perché spesso non abbiamo nulla da dire. Senza la volontà di esserci è normale che tutto si riduca ad un gioco delle parti tra Pd e Pdl, così come diventa naturale per i giornali di sinistra, immagino anche per L'altro, occuparsi dell'unica cosa che esiste, cioè il congresso del Pd. Siamo già ai tempi supplementari, senza un moto d'orgoglio collettivo da far detonare prima dell'assemblea nazionale di settembre, città per città (come è avvenuto a Genova e come avverrà nei prossimi giorni a Roma) luogo per luogo particolare per particolare (e non per vocazione basista ma perché non vi è altra strada), Sinistra e Libertà non sarà più un progetto politico ambizioso ma un patto di sindacato tra poche persone, un logo elettorale da esibire e da scambiare al mercato della peggiore politica. E visto che non esiste alcun gruppo dirigente riconosciuto come tale, Sinistra e Libertà è nelle mani di tutti coloro che hanno a cuore queste due splendide parole. Non sprechiamo anche questa occasione.

Massimiliano Smeriglio

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martedì, 17 marzo 2009

A sinistra, con la libertà

Marzia Bonacci,   16 marzo 2009, 15:44

A sinistra, con la libert�     

Presentata a Roma la lista unica di Mps, Sd, Verdi, socialisti e Unire la Sinistra. Presenti Vendola, Fava, Francescato, Guidoni e Di Lello, ma anche Occhetto e Berlinguer. Ci sono logo e nome, ma soprattutto la fiducia di superare il 4%. Sabato, in piazza Farnese, il primo appuntamento pubblico



C'è un logo e c'è un nome, ma soprattutto una sfida da vincere a tutti i costi: superare lo sbarramento del 4% per varcare la soglia dell'Europarlamento. Per questo, e non solo, la Sinistra democratica di Fava, gli ex bertinottiani di Vendola usciti dal Prc, i socialisti di Nencini, i verdi di Francescato e i comunisti italiani di Guidoni e Belillo (ex Pdci) hanno dato vita ad una lista comune che è stata presentata oggi in conferenza stampa all'Hotel Nazionale di Roma.

Un cerchio per metà rosso e metà bianco su cui campeggiano le parole Sinistra e Libertà, perché è questo il nome scelto per la lista che debutterà in Europa il prossimo giugno. A campeggiare i simboli: la rosa rossa del Pse, riferimento di Sd e socialisti, l'ondina rosso-verde del Gue, famiglia a cui guardano gli ex Prc e gli ex Pdci, e il Sole che ride dei verdi, unico logo di partito che permette con la sua presenza di non raccogliere le firme per la competizione elettorale.

In sala tra i leader delle formazioni coinvolte, anche volti storici della sinistra. Due per tutti: Giovanni Berlinguer e Achille Occhetto, quest'ultimo pronto a ricordare come la sua presenza odierna sia in continuità con la sua storia. "Nessuna incoerenza, quest'anno si celebrano i 20 anni dalla Bolognina, allora la mia idea era fare un partito di sinistra, purtroppo le cose sono andate diversamente e chi era con me oggi ha sentito il bisogno di togliere la parola sinistra", dice l'ex segretario del Pds che guarda con interesse al tentativo costituente. In sala, anche Franco Giordano, Alfonso Gianni, Loredana De Petris, Gennaro Migliore.

Gli stessi che si troveranno sabato a Roma, in piazza Farnese, per la prima uscita pubblica di questo esperimento che si trova ad affrontare una sfida elettorale che è al contempo anche politica, partendo dalla necessaria riconquista di un elettorato smarrito l'aprile scorso e che ora ha bisogno di essere nuovamente coinvolto. Una battaglia per l'egemonia culturale, si sarebbe detto un tempo citando un padre nobile, che gravita proprio intorno alla parola libertà, da anni al centro dell'espansione della destra berlusconiana che se ne è appropriata stravolgendola. Per quanto riguarda il futuro, le amministrative e il dopo europee, la questione è naturalmente ancora aperta: l'importante, oggi, è lavorare per l'ingresso a Strasburgo, dopo l'estromissione a Montecitorio e Palazzo Madama.

"Non è un partito ma neanche un cartello elettorale", specifica Marco Di Lello (Ps), riferendosi alla natura di questa alleanza a sinistra, che nasce infatti da "un progetto tra forze coese che in questi mesi hanno lavorato insieme, prima che fosse introdotto lo sbarramento al 4%". E nonostante tale mannaia,  le forze che si uniscono hanno un obiettivo che è prima di tutto politico: "riportare a sinistra la parola libertà che in questi anni è stata scippata da Berlusconi e dalla destra".
E' una operazione difficile, ma che lascia spazio all'ottimismo. Secondo i sondaggi di quattro istituti diversi, Sinistra e Libertà oscillerebbe tra il 3,3% e il 6%, insomma "una buona partenza", che permette di lanciare il grido di "gettiamo il quorum oltre l'ostacolo", dice il leader socialista chiamato a fare le veci di Riccardo Nencini, ancora in convalescenza dopo l'incidente automobilistico della settimana scorsa.

Anche per Fava "la parola libertà non ha nulla a che fare con Berlusconi ed il Pdl", essendo concetto più ampio e alto di quello "sbandierato dal predellino di un auto". Libertà dalle mafie, dalle menzogne, di partecipare: così la declina il portavoce di Sd, insistendo su quest'ultimo aspetto. "Le nostre liste non saranno decise a Roma da un gruppo di dirigenti ma saranno il frutto della sovranità popolare, le costruiremo sul territorio con assemblee aperte, sarà un'esperienza unica nella vita politica italiana", il cui primo appuntamento saranno "le primarie delle idee". E proprio a Fava, che vanta un'esperienza da europarlamentare, tocca il compito di specificare sulla collocazione a Strasburgo. Tre sono infatti le famiglie di riferimento dei soggetti che corrono insieme: un fattore utilizzato come arma critica, anche a sinistra, ma che per Fava è piuttosto spuntata. "Questi tre gruppi hanno già affrontato e vinto insieme molte battaglie in Europa", dice l'ex ds, per cui "ognuno farà le sue scelte" ma le "diverse sensibilità dei gruppi" possono coesistere in un "progetto comune", perché a Strasburgo "c'è bisogno di larghe maggioranze, ogni gruppo è insufficiente da solo".

Uniti insieme, dunque, perché l'autosufficienza è un mito tramontato. Per accedere a Palazzo Chigi come all'Europarlamento. Lo ricorda anche Francescato, il cui partito nei giorni scorsi non ha nascosto l'insistenza sul fatto che questa alleanza comune per le europee non debba essere interpretata, da parte del Sole che ride, nella disponibilità a sciogliersi in una futura formazione partitica. "Noi vogliamo dimostrare di essere capaci a ricostruire una politica delle alleanze per battere il centrodestra" perché "il corro da solo del Pd si è rivelato un boomerang", dice il leader dei Verdi. E Sinistra e Libertà è la prova tangibile che si può fare, essendo un'unione "non transgenica che tiene insieme le identità ma ha sintonia sui contenuti", come per esempio la duplice battaglia su lavoro e ambiente.

Gli occhi e le orecchie comunque sono tutte rivolte a vedere ed ascoltare il governatore della Puglia. C'è la necessità pratica ma anche il sogno nel commento di Vendola, il quale il giorno dopo la trasmissione su RaiDue della fiction su Di Vittorio non può che citare la storia nobile del padre del sindacalismo italiano. "Si vede un bambino che prende due soldi e le sue scarpe per comprare il libro più prodigioso del mondo, il Dizionario. Questa è una metafora della sinistra che non deve presentarsi come un catalogo di certezze, ma ricominciare ritrovando le parole perdute", dice il presidente della Puglia. Recuperare parole perdute come appunto libertà, unico modo per contrastare quel "calce e randello" che è lo slogan della destra dominante, metafora di una politica della "speculazione edilizia e delle ronde" con cui è stato conquistato il paese. Una destra che non è capace, ricorda Vendola, di uscire dalla crisi. Ed è qui che il governatore lancia le sue proposte: "una moratoria sui licenziamenti", ma anche "la detassazione della cassa integrazione". Cita, poi, una scelta di successo sul fronte del welfare messa in atto dalla sua amministrazione e ne fa un modello esportabile a livello nazionale: "in Puglia la Regione si fa carico degli oneri fiscali per le badanti", spiega Vendola, chiedendo al governo di fare altrettanto. Ma bocciato è anche il Pd di Franceschini: "Imbarazzante" è l'aggettivo scelto per affossare la proposta del neosegretario democratico di tassare i ricchi per aiutare i poveri, perchè "non è così che si affronta una politica sociale". Si deve, dunque, "uscire dai talk show ed entrare nella vita quotidiana: questa è la sinistra che vogliamo ricostruire".

Un "ricominciamento" è la parola scelta da Vendola per definire il progetto di Sinistra e Libertà, rispetto a cui si dice a disposizione per quel che riguarda una sua possibile candidatura, sebbene "le vicende dei singoli sono dentro alla costruzione di questo progetto". Diciamo che attualmente sarebbe propenso a declinare l'offerta ("Oggi direi di no"), ma bisogna aspettare: "Vedremo quale sarà l'orientamento collettivo, discutiamo e poi siamo tutti a disposizione".

Più importante i criteri che le guideranno: il rispetto dei due generi, con il bilanciamento fra uomini e donne, e il protagonismo della base: oltre il 50% delle candidature - assicurano tutti i leader - verrà deciso sul territorio. Insomma, basta con i catapultati da Roma sulla testa dei militanti, ma confronto e discussione tenendo in considerazione la parola più importante, quella del popolo della sinistra. Qualche nome comunque già circola: il Ps candiderebbe gli uscenti Pia Locatelli ed Alessandro Battilocchio ed ha chiesto anche a Bobo Craxi di partecipare. I Verdi sponsorizzerebbero l'eurodeputato uscente Monica Frassoni: "Sono l'unica donna segretario - dice Francescato - e punto su una donna". Il leader di Sd Fava, attualmente eurodeputato, potrebbe essere candidato, così come l'ex astronauta, anche lui a Strasburgo, Guidoni.

Ma è un aspetto, quello delle candidature, che si dice secondario rispetto al progetto. Così come posticipato è l'interrogativo delle amministrative. Il "che fare?" alle elezioni locali, cioè se Sinistra e Libertà sarà presente anche nei comuni e nelle province, verrà dibattuto ad maiora. Fermo restando che "dove sarà possibile, questa lista sarà presente, ma vogliamo evitare editti romani", dice Fava. Con Francescato pronta a rimarcare che "non ci saranno diktat. Rispettiamo le libere scelte sul territorio".

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venerdì, 27 febbraio 2009

Showdown sul diritto di sciopero

Ida Rotano,   26 febbraio 2009, 18:06

Showdown sul diritto di sciopero     Il disegno di legge delega al governo è all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di domani. Si accende lo scontro tra governo e Cgil: "Credo che ci sia una larga convergenza con la gran parte delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro. Temo però che manchi la Cgil", ha affermato il ministro Sacconi. Non si fa attendere la reazione di Epifani: il governo, avverte "stia attento, perché in materia di libertà del diritto di sciopero costituzionalmente garantito bisogna procedere con molta attenzione" . Le reazioni politiche



La crisi economica morde sempre più e il governo, colpevolmente cosciente del fatto che le misure anticrisi finora adottate sono assolutamente insufficienti e che l'effetto annuncio non basterà a farlo passare indenne in una recessione economica che ha appena iniziato a farsi sentire, decide di dare il colpo finale al mondo del lavoro per disinnescare il pericolo di una vasta opposizione sociale. Così, arriva lo showdown sul diritto di sciopero. Ufficialmente si tratta di "far convivere" il diritto costituzionale alla protesta dei lavoratori con quello degli interessi dei cittadini-utenti. Ufficialmente la nuova regolamentazione riguarderà solo il settore dei trasporti. Ma la realtà rischia di essere molto diversa: il governo rifiuta di legiferare sulla democrazia sindacale, respinge l'ipotesi che le lavoratrici e i lavoratori possano decidere sulle piattaforme e sugli accordi con il loro voto e, nello stesso tempo, gli impone di non scioperare o di scioperare virtualmente.

I tempi della riforma. La proposta di riforma delle leggi che regolano le agitazioni nei servizi pubblici essenziali, specificatamente nei trasporti verrà approvata domani in consiglio dei ministri.
Tre i punti chiave della bozza: l'idea di introdurre un referendum in azienda per verificare se la maggioranza dei lavoratori vuole l'agitazione, l'ipotesi di chiedere una comunicazione anticipata dell'adesione di un dipendente allo sciopero, infine, il concetto di "sciopero virtuale". In pratica una giornata di agitazione che prevede comunque il lavoro di chi aderisce e che porta in beneficenza il corrispettivo dovuto e non pagato dall'azienda a chi sciopera.

Il ministro Sacconi ha detto di "confidare in una larga convergenza con la gran parte delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro" ad eccezione della Cgil.
Poi in un confronto/scontro a distanza con Guglielo Epifani, il ministro definisce "assurde" le accuse di forzatura sul diritto di sciopero e anticipa che il governo "non accetterà veti".
"Ricordo a Epifani  - dice il ministro del welfare - che il Governo ha proceduto a definire un cauto percorso di consultazione con le parti sociali relativamente all'ipotesi di regolazione delle modalità di conciliazione tra diritto di sciopero e diritto alla libera circolazione delle persone. Il Consiglio dei ministri del 17 ottobre scorso (ben oltre quattro mesi fa) ha approvato prime linee guida in materia, cui è seguita una consultazione delle parti sociali con la presenza di tutti i segretari generali (Epifani era rappresentato dal segretario confederale Solari). Sono stati richiesti contributi anche scritti e in tempi ancor più lunghi di quelli annunciati - prosegue Sacconi -. Si ritorna ora al Consiglio dei Ministri sulla base di un testo che ha recepito molte delle indicazioni presentate dalle parti sociali.
Si tratterà ovviamente di un disegno di legge (e non di un decreto legge) contenente deleghe che, una volta approvate dal Parlamento, saranno oggetto di relativa consultazione espressamente prevista dalla norma".

Il monito della Cgil. Se il Governo intende riformare il diritto di sciopero dei servizi di pubblica utilità con l'obiettivo di ridurre una libertà garantita dalla Costituzione, la Cgil si opporrà.
"Vedremo cosa il Governo deciderà affettivamente - ha detto Epifani - stia molto attento perchè in materia di libertà, di diritto allo sciopero che è una libertà delle persone costituzionalmente garantite, bisogna procedere con grande attenzione".
Epifani ha aggiunto che "se il Governo intende, partendo dal problema del rispetto del diritto degli utenti, ridurre una libertà fondamentale la Cgil si opporrà ora e dopo". Il leader della Cgil ha comunque confermato la disponibilità della sua organizzazione a confrontarsi con l'esecutivo. "Naturalmente - ha detto - su materie come questa se il Governo decide, nella sua bontà, di discutere anche con le organizzazioni sindacali noi siamo pronti. Naturalmente, sulla base delle nostre opinioni".
Epifani ha ricordato che "il sindacato confederale italiano è sempre stato attento a conciliare il diritto di sciopero con quello degli utenti, in modo particolare nel settore dei trasporti. Se c'è da aggiustare qualcosa di una normativa pure rigida che abbiamo - ha sottolineato - eventualmente questo lo si può vedere. Ma se si vogliono introdurre forzature che limitano poteri e prerogative è un'altra questione".

Secondo il leader della Cgil "tutto dipende da cosa il Governo decide e dalle questioni che porrà. A mio modo di vedere non si può decidere uno sciopero con il 51%, mentre il 49% non può mai scioperare". Sullo sciopero virtuale, Epifani ha affermato che "può essere aggiuntivo e mai sostitutivo". Sul fatto di dichiarare l'adesione preventiva allo sciopero, il segretario generale della Cgil ha osservato che "può essere un modo per rendere inutile uno sciopero. Attorno a questi nodi è evidente che ruoterà il confronto, se il Governo intende aprirlo. Il Governo stia molto attento su questa cosa". Il numero uno di Corso Italia ha confermato che su questi temi si tenterà una intesa anche con Cisl e Uil. Ma - ha concluso -  "se uno pensasse di estendere ad altri settori lo sciopero e di forzare la Costituzione è chiaro che ci sarebbe un problema di democrazia. Infatti non c'è solo il problema del diritto degli utenti, talvolta uno sciopero fatto bene aiuta a regolare il conflitto meglio di altre forme improprie".
Ma i sindacati non fanno fronte comune. La Cisl ha detto sì al progetto del governo a patto che riguardi solo i trasporti.

Plausi nel centrodestra. Il presidente della commissione di Garanzia per gli scioperi, Antonio Martone, approva il progetto di riforma che il Governo si accinge a varare, spiegando che "va bene perché raccoglie molte delle indicazioni giunte in questi anni dal Parlamento". Occorre comunque gradualità ed "è importante che i criteri sulla rappresentanza arrivino dalle parti sociali".

Netta la posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini: "E' auspicabile" che almeno alcuni aspetti dell'esercizio del diritto dello sciopero "possano essere riassorbiti sul terreno politico delle trattative tra datori di lavoro e sindacati, ma è sempre più urgente avviare una riflessione sulla 'tenuta' della vigente disciplina di settore per individuarne lacune e prospettare ipotesi di adeguamento alla nuova realtà". Fini, aprendo i lavori dell'Autorithy sull'attuazione della legge sullo sciopero, aggiunge: "Non si tratta di soffocare il diritto di sciopero, ma di armonizzarlo con l'esercizio degli altri diritti di tutti i cittadini, con un bilanciamento che deve tener conto dell'evoluzione sociale".

Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, afferma: "Non si può più pensare agli scioperi selvaggi. C'è l'idea del cosiddetto 'sciopero virtuale'. Oggi lo sciopero dei trasporti non punisce certo l'azienda degli autobus o dei treni, ma il pendolare e chi deve andare al lavoro. Allora perché non fare uno sciopero virtuale: si fa sapere che lo scioperante avanza delle rivendicazioni nei confronti dell'azienda, dopodiché il denaro che il lavoratore avrebbe perso a causa dello sciopero si potrà destinare alla beneficenza o ai fondi per la cassa integrazione".

E Umberto Bossi spiega così la posizione della Lega in merito all'intervento sullo sciopero che il Governo sta preparando: "Gli scioperi selvaggi non vanno bene, perchè portano via altri diritti ai cittadini. Bisogna trovare un compromesso con il diritto allo sciopero che è garantito dalla Costituzione e che è parte della nostra storia".

Il Partito democratico è atteso al varco. Di "proposta positiva", in riferimento allo sciopero virtuale, parla il giuslavorista Pietro Ichino, senatore democratico. Da lui è stata depositata a Palazzo Madama quattro mesi fa un ddl sul tema. "La nostra proposta è stata discussa a novembre con le parti sociali ivi comprese la associazioni dei consumatori, quella del governo, per ora, è solo un atto unilaterale. Ignoriamo quali consultazioni abbia fatto in proposito il governo e quali siano stati i risultati, in tutti i casi non è certo questo il modo di procedere su questa materia", spiega Ichino. "Il governo si è rifatto alla nostra elaborazione inserendo elementi di provocazione e alcune contraddizioni che non giovano alla limpidezza della sua iniziativa e rischiano di essere controproducenti sul piano dell'applicazione pratica".

Pierluigi Mantini dice "no" a forzature, ma sottolinea come "certamente c'e' la necessita' di regolamentare meglio lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per arrecare un danno limitato all'utenza e per evitare che si arrivi a quelle forme riconducibili agli scioperi selvaggi".

Enrico Letta, Tiziano Treu e Cesare Damiano si affidano ad una nota congiunta: "La materia dello sciopero è troppo rilevante, sul piano costituzionale e politico, per essere affrontata con iniziative unilaterali del Governo, tanto più con lo strumento della legge delega, già largamente abusato dall'esecutivo", scrivono.
"Condividiamo l'esigenza che l'esercizio dello sciopero sia reso compatibile con la tutela dei cittadini e che si possano trovare regole per migliorare questa tutela, specie nel settore dei trasporti dove la regolamentazione attuale non ha impedito gravi disagi ai cittadini soprattutto per iniziative conflittuali di organizzazioni poco o niente rappresentative. La definizione di queste regole deve essere oggetto di una ricerca comune con le parti sociali che possa essere base di una soluzione legislativa".
"Riteniamo quindi urgente - proseguono i tre esponenti del Pd - che il Governo predisponga un tavolo di confronto con tutte le parti interessate per valutare gli interventi più adatti in materia: strumenti negoziali di prevenzione dei conflitti, procedure di proclamazione che verifichino l'effettiva volontà dei sindacati e dei lavoratori in ordine al conflitto, anche con ricorso al referendum, forme alternative di conflitto, come lo sciopero virtuale, non lesive dei diritti dei cittadini".

Per Rosy Bindi, il governo sbaglia tempi e modi per intervenire sulla regolamentazione del diritto di sciopero nel trasporto pubblico. "La scelta di un disegno di legge delega che incide in maniera così rilevante su questa materia appare molto problematica, sembra infatti prevalere la volontà politica di sterilizzare il dissenso che non la ricerca di contemperare i legittimi interessi dei lavoratori e degli utenti". E la vicepresidente della Camera aggiunge: "Lo sciopero è un diritto costituzionalmente garantito, limitarne il ricorso in presenza di una situazione economica e sociale assai difficile diventa pericoloso soprattutto se queste norme dovessero configurarsi come il nuovo tassello di una strategia che produce la divisione tra i sindacati e la contrapposizione tra lavoratori. Serve prima di tutto un confronto con le parti sociali e con il Parlamento, espressione della rappresentanza dell'interesse generale".

Netto il senatore Paolo Nerozzi, della sinistra democrats: "Nessuna legge sullo sciopero senza un accordo con Cgil, Cisl e Uil".
"E' indispensabile - aggiunge Nerozzi - lavorare contemporaneamente, in tema di regolamentazione dello sciopero, a nuove norme utili a garantire la certezza della rappresentanza sindacale, a partire della piattaforma sindacale unitaria che già prevedeva importanti innovazioni in tal senso. Il compito del legislatore, in questa materia così delicata, dovrebbe attenersi al recepimento degli accordi delle parti sociali. Naturalmente dovremo leggere attentamente quello che il governo sta predisponendo. Ma - continua il senatore del Pd - da subito desidero invitare l'esecutivo a fare molta attenzione in materia di libertà del diritto di sciopero. Si tratta della libertà delle persone, costituzionalmente garantita. E' necessario, quindi, procedere con cautela, sensibilità e coinvolgimento di tutti. Inoltre - conclude Nerozzi - un provvedimento che assumesse un taglio ideologico in tema di restringimento del diritto di sciopero, rischierebbe di aumentare la conflittualità sia nelle modalità tradizionali sia in vecchie forme corporative".

La sinistra annuncia le barricate. "Dopo aver cancellato la rappresentanza e il conflitto sul terreno politica e istituzioni, questo Governo prova a cancellare le esperienze di conflitto sociale e i diritti inalienabili dei lavoratori e lavoratrici, sia individuali che collettivi". E' quanto dichiara Franco Giordano, esponente del Movimento per la Sinistra. "E' veramente inquietante, occorre una mobilitazione democratica - dice Giordano - perchè quello che si mette in atto è una vera e propria stretta autoritaria: in un momento di crisi drammatica vogliono imbavagliare il mondo del lavoro, scaricando su di esso tutti i costi della crisi".

Per Giorgio Cremaschi della Fiom-Cgil ed esponente della Rete 28 Aprile, "il diritto allo sciopero è un diritto individuale e già esistono le leggi che lo disciplinano. Trasformarlo in un potere dei sindacati maggioritari, tra l'altro da attuare in forme virtuali, cioè inesistenti, significa semplicemente cancellare tale diritto. Né vale la tesi per cui questa misura eccezionale e antidemocratica avrebbe effetti solo nel settore dei trasporti. E' evidente, infatti, che i principi che qui vengono affermati, proprio perché affrontano temi di carattere costituzionale, non possono essere ristretti a un solo settore. Limitare la libertà, imporre autoritariamente le decisioni e reprimere il dissenso è una caratteristica tipica dei sistemi antidemocratici e, nella nostra storia, è la caratteristica autentica del fascismo", continua il sindacalista.

"Se il Governo andrà avanti su queste misure, occorrerà una risposta politica e sindacale senza precedenti, sia sul piano delle relazioni sociali e sindacali, sia sul piano del ricorso alla magistratura e alla Corte Costituzionale. E' chiaro che dopo questa scelta, con questo Governo ci puo' essere solo rottura e conflitto sociale".

Per Paolo Ferrero: "Il governo attacca il diritto di sciopero, perché vuole far pagare la crisi ai lavoratori e portare avanti un disegno complessivo di attacco e stravolgimento della Costituzione, aggredendo i sindacati dopo averlo fatto con la magistratura". Secondo il leader del Prc il governo pensa di "cominciare con i trasporti per poi cambiare il diritto di sciopero in tutti i settori perché vogliono stravolgere tutto. L'attacco a questo diritto costituzionale è sempre motivato in modo diverso- spiega - ma la verità è che i lavoratori sono costretti a scioperare perché le aziende non rispettano i contratti, soprattutto quelle dei trasporti.Il governo vuole la guerra tra i poveri per coprire le sue responsabilità".

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lunedì, 17 novembre 2008

Che furbetto quel Brunetta

***,   13 novembre 2008, 16:31

Che furbetto quel Brunetta Dai media     Un'inchiesta di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo, domani in edicola con L'Espresso: La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall'ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni



La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell'università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: "Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro". Eravamo a metà dei ruggenti anni '80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.

Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l'ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell'esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano - parole sue - 'Lorella Cuccarini' del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A 'L'espresso' risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all'altezza di un Nobel. Ma c'è un settore nel quale l'ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell'economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.

Chi l'ha visto Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l'abuso). Viene nominato dall'allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l'odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.

Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la 'legge dei tornelli' invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da 'L'espresso', in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l'anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. "Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l'indennità per le spese generali viene dimezzata", spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l'80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l'incarico per fare il ministro firma l'elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l'efficienza degli eletti a Strasburgo. L'ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono - a detta di tutti - prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L'ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per "denunciare l'atteggiamento scortese e francamente anche violento" degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare.
Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta "non hanno mai lavorato in vita loro", a Bruxelles faticano molto più di lui: nell'ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

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venerdì, 24 ottobre 2008
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venerdì, 24 ottobre 2008

Scuola e università, la protesta non si ferma

Perla Pugi,   23 ottobre 2008, 20:05

Scuola e universit�, la protesta non si ferma Mobilitazione     Un'altra giornata di mobilitazione in tutta Italia, dove cresce di ora in ora il numero degli istituti superiori e delle facoltà occupate o autogestite. Cortei spontanei degli studenti invadono le piazze: a Roma, davanti al Senato, una manifestazione esorta il governo ad un dietrofront. Insieme agli alunni, anche gli insegnati, i rettori, i presidi



Le proteste sono iniziate già di buon'ora, stamattina (giovedì, ndr), in tutte le città italiane, mentre le scuole occupate e autogestite aumentano a vista d'occhio. Alcuni cortei spontanei, nella Capitale, hanno bloccato i quartieri di Primavalle e San Giovanni. Gli studenti dei licei Pasteur, Cartesio, Gassman, Tacito, Einstein Russell, De Chirico e dell'istituto magistrale Margherita Di Savoia sono scesi in piazza, mandando in tilt il traffico cittadino in diverse zone. Una parte della mobilitazione ha avuto come teatro piazza Colonna, dove circa trecento studenti hanno protestato davanti a Palazzo Chigi. Un fiume colorato di striscioni e slogan che, scortato dalle forze dell'ordine, si è poi diretto verso Palazzo Madama, dove confluiva il corteo partito nel primo pomeriggio dall'università La Sapienza.

Una protesta dove l'incertezza del futuro non si abbina al repertorio ideologico classico, fatto di anni '70 e di vecchie parole d'ordine, anche se resta un'eredità di fondo: la convinzione che la scuola debba rimanere pubblica e libera. Ci spiegano Alessio Zaccardini e Gianluca Grasselli, entrambi al quinto anno del liceo scientifico G. Peano, quale sia il senso della mobilitazione che dilaga in tutta Italia. "Siamo contro i tagli ai fondi delle università pubbliche perché mettono a rischio il nostro futuro universitario". Gli atenei, infatti, per sopravvivere dovranno aumentare le tasse e "noi studenti, non potendo sostenere i costi, saremo costretti ad abbandonare gli studi. Non ci sarà più un diritto all'istruzione per tutti". Ma è l'idea che l'università si trasformi in appendice dell'impresa a non convincerli. "Con l'introduzione delle fondazioni all'interno delle facoltà anche i campi di ricerca verranno pilotati da interessi economici di privati e verrà negata la libertà scientifica", ci spiegano. I due liceali, tutt'altro che impreparati, ci tengono ad aggiungere che la protesta nazionale "non è una mossa di gruppi nullafacenti ma una forma di ribellione organizzata, senza violenza, in modo pacifico e produttivo". Per questo motivo, nel liceo Peano hanno deciso di continuare "il percorso di studio senza cessare la nostra protesta, coinvolgendo anche i professori". E' forse in questo ruolo giocato dal corpo docenti che si ravvisa uno dei tratti distintivi di questa nuova stagione di fermento del mondo dell'istruzione, dove studenti e insegnanti sembrano schierati su un fronte comune che li vede entrambi coinvolti.

Altrettanto caratteristico l'asse nato, per esempio a Brescia, fra sinistra e destra: una circostanza che dice molto di cosa comporti per la scuola il decreto del governo. Forza Nuova ha infatti reso noto che per una volta il Movimento studentesco (sinistra) e Lotta studentesca, l'associazione a cui è legata Fn, "si stringono la mano per manifestare uniti contro la riforma Gelmini". Dopo la decisione del presidente Berlusconi di reprimere le proteste con la forza, Lotta Studentesca fa sapere che "sarà in prima linea per combattere insieme agli studenti di sinistra per il futuro di noi giovani". "Noi difenderemo con le unghie e con i denti la natura pubblica della scuola. Riteniamo, infatti, che in epoca di crisi economica gli investimenti debbano essere principalmente sui giovani", sostengono gli attivisti dell'organizzazione.

La mappa delle mobilitazioni coinvolge tutto lo Stivale: dal Nord al Sud, comprese le isole, cresce di ora in ora il numero degli istituti superiori e universitari occupati o autogestiti, mentre cortei e manifestazioni si moltiplicano in tutte le piazze italiane in modo spontaneo. A Roma, si diceva, il corteo partito da La Sapienza ha visto protagonisti migliaia di studenti che si sono riversati davanti a Palazzo Madama dove era in discussione la riforma. Erano in 20mila circa, provenienti dai diversi istituti capitolini e di diversa età, a radunarsi sotto lo striscione "Noi la crisi non la paghiamo", slogan divenuto il leit motiv della protesta nazionale e partito proprio dalle facoltà occupate della prima università di Roma.

A Milano è la facoltà di Scienze politiche ad attivarsi coinvolgendo anche il corpo docente. Il preside Daniele Checchi, intervenendo alla riunione del consiglio di istituto ha dichiarato come "nella grave situazione in cui versa l'università le parole di Berlusconi non fanno altro che scaldare il clima" e ha proposto ai propri colleghi e al consiglio di votare una mozione "che esprima una protesta pacifica" e di coinvolgere in questo anche gli studenti per evitare rendere l'università un campo di battaglia. Tra le lezioni interrotte e le manifestazioni, Checchi ha proposto "una giornata in cui le lezioni siano sospese con momenti di didattica condivisa". Nel primo pomeriggio, alle 15 circa, un gruppo di studenti ha interrotto la discussione del consiglio e ha proposto il blocco della didattica con lezioni alternative per tutta la settimana seguente. Acclamati dalla platea sono usciti dichiarando: "Non vogliamo interrompere una votazione democratica".

Sessanta istituti superiori napoletani sono invece occupati, autogestiti od ospitano quotidinamente assemblee permanenti. In Campania hanno raggiunto quota 120 gli istituti in mobilitazione e continua l'occupazione della sede centrale dell'università Orientale, mentre stamattina il Senato accademico del secondo ateneo di Napoli ha deciso di sospendere le lezioni e di convocare un'assemblea generale. Il Senato ha esposto, insieme al consiglio d'amministrazione, una mozione contro la politica del governo Berlusconi. È notizia di ieri (mercoledì, ndr) che il rettore Franco Rossi ha fatto appello a non inviare la polizia nelle scuole e facoltà occupate.

La protesta barese invece esce dalle aule universitarie per entrare nel consiglio comunale. Il sindaco Michele Emiliano e i consiglieri hanno incontrato oggi i sindacati della scuola e il movimento di studenti medi e universitari in una seduta straordinaria nell'Istituto Majorana. Il "coordinamento stop 133" ha intenzione di chiedere al consiglio di appoggiare il ritiro immediato della legge 133 e rivolgerà un appello alle forze dell'ordine per chieder loro di non mettere in atto la linea dura prospettata ieri dal premier. Nelle università, nel frattempo, le lezioni si alternano ad assemblee informative ed organizzative.

"Le occupazioni si fermeranno solo quando ritirerà il decreto 137", ha ribattuto Roberto Iovino, coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti. La Rete degli studenti medi conferma, invece, la propria disponibilità al dialogo, ma alla sola condizione che il ministro metta in discussione tutto l'impianto alla base dei provvedimenti e non solo parte di essi.

Nel frattempo anche le segreterie nazionali di Flc Cgil, Cisl Università, Cisl Fir e Uil Pa-Ur si stanno muovendo per avere una convocazione dal responsabile di viale Trastevere per discutere di una riforma che, dicono, sta "minando seriamente il futuro istituzionale dell'Università, degli Enti di ricerca e delle strutture Afam". Se il ministro non acconsentirà all'incontro, avvertono, saranno attivate tutte le procedure per indire il 14 novembre lo sciopero generale dell'Università e degli Enti di ricerca. Tra le altre iniziative di mobilitazione, in programma due sit-in nella Capitale: il 28 ottobre di fronte al ministero dell'Agricoltura, il 5 novembre davanti al ministero dell'Istruzione.

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venerdì, 24 ottobre 2008

Berlusconi smentisce Berlusconi

Frida Roy,   23 ottobre 2008, 17:50

Berlusconi smentisce Berlusconi     Forse ha ragione Epifani nell'affermare che "ci voleva la Cina per far rinsavire il presidente del Consiglio", probabilmente l'ennesimo dietrofront del premier, che ha negato di aver mai chiesto l'intervento della polizia contro gli studenti, è dovuto ad un pressing interno al Pdl e dalla sopraggiunta consapevolezza che la protesta non si ferma davanti alle minacce. Dal Viminale si attendono le decisioni di Maroni e la Gelmini accetta di incontrare le rappresentanze studentesche



Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha detto né ha mai pensato di inviare la polizia contro gli occupanti di scuole e università. No, non è uno scherzo. E l'ennesima presa in giro a cui ci sottopone il presidente del Consiglio in perenne crisi d'identità.
Stavolta, non pago della gravità delle dichiarazioni rilasciata appena ieri, il cavaliere ha deciso di compiere la solita inversione di marcia addirittura da Pechino, in una conferenza stampa trasmessa da Skay.
"Io -ha affermato- non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece -ha aggiunto- che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare, ma non può imporre a chi non é della sua stessa idea di rinunciare al suo diritto essenziale".
E poi la rivelazione: "Accade di frequente, anzi molto spesso - ha detto ancora Berlusconi - che io non riesca a riconoscermi nelle situazioni che ho vissuto da protagonista. Posso perciò parlare di un divorzio tra la realtà di quanto da me vissuto e la realtà che raccontano i giornali".

A "divorziare dalla realtà" deve essere stato anche Palazzo Chigi che nella informazione sulla conferenza stampa tenuta da Berlusconi insieme alla ministra Gelmini, sul sito internet ufficiale scrive tra l'altro che "il presidente del Consiglio convocherà oggi (ieri,n.d.r.) il ministro dell'Interno Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine perché l'ordine deve essere garantito. Occupare è una violenza contro le famiglie, contro le istituzioni e lo Stato che deve svolgere il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle scuole".

Sempre da Pechino - testimone Skay - Berlusconi ha spiegato che sì, aveva parlato di interventi ma non di polizia ma di "opportune azioni di convincimento e ne ho in mente qualcuna molto spiritosa". Richiesto di spiegare di cosa si tratta il premier si è però limitato a un "non le dico, altrimenti farei i titoli".

"Ci voleva la Cina per far rinsavire il presidente". Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta così il tentativo di chiarimento da parte del presidente del Consiglio mentre il Partito democratico in una nota diramata alle agenzie di stampa sottolinea come la carica di presidente del consiglio richieda "senso dello Stato, rispetto del dissenso e controllo della parola e di sé stessi". Berlusconi, prosegue la nota del Pd, "smentisce oggi parole pronunciate ieri davanti a decine di telecamere e ascoltate da tutti gli italiani". E non è certo una novità di cui meravigliarsi. "Dopo aver annunciato la chiusura dei mercati a causa della grave crisi finanziaria, smentito poi addirittura dalla Casa Bianca, dopo aver invitato ad acquistare azioni di specifiche società quotate, dopo aver detto che la crisi finanziaria non avrebbe avuto effetti sull'economia reale, smentendosi il giorno dopo, il presidente del Consiglio su un argomento così delicato - conclude il Pd - si comporta in maniera intollerabile per chi ha simili responsabilità evidentemente per lui sproporzionate".

È chiaro che a costringere Berlusconi all'ennesimo passo indietro c'è lo zampino di An. Quello di Berlusconi "è un monito, ma penso non ci sarà mai un seguito. E ci starei male se ci fosse...", aveva detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e anche il sindaco di Roma, già nei giorni passati, aveva difeso le prerogative degli studenti che vogliono manifestare. D'altra parte la protesta contro il decreto taglia fondi è di casa anche tra i giovani della destra. Se gli esponenti del PdL si mischiassero ai contestatori scoprirebbero che non ci sono solo ragazzi e ragazze "strumentalizzati" dalla sinistra, ma anche tanti docenti, tante famiglie, elettori anche del centro destra perché quella della scuola è una questione centrale.
Così, quella di oggi, mentre la protesta di piazza si gonfia sempre di più, sul fronte politico si profila come una giornata dedicata alle dichiarazioni concilianti in attesa che il ministro dell'Interno Roberto Maroni, nella riunione convocata alle 17 al Viminale, decida quali misure effettivamente adottare a fronte delle occupazioni.
Lo stesso ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha aperto al dialogo: "Convocherò da domani, una per una, tutte le associazioni degli studenti e dei genitori per aprire uno spazio di confronto. Ad una sola condizione: che si discuta sui fatti", ha detto intervenendo in aula al Senato.

E proprio a palazzo Madama, con 122 favorevoli e 155 contrari, la maggioranza ha bocciato la richiesta, avanzata dal Partito democratico, di non passare all'esame degli articoli del decreto Gelmini. Per il Pd mancherebbe al provvedimento la copertura finanziaria, la richiesta è stata sostenuta dagli altri gruppi di opposizione. L'aula ha quindi avviato l'esame del provvedimento, sul quale stamattina si è conclusa la discussione generale.
"Poche idee, molta arroganza: non credo sia questa la chiave", ha attaccato il ministro ombra dell'Economia del Pd, Pierluigi Bersani. "Rispettare la legalità è un dovere, protestare civilmente è un diritto. Vale per gli studenti, ma anche per il presidente del Consiglio", ha sottolineato il presidente vicario dei deputati Udc, Michele Vietti. Per l'Unione di Centro, ha aggiunto, "l'istruzione è una priorità. Ben vengano le riforme, ma non se si realizzano solo con i tagli".

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domenica, 03 agosto 2008

La norma antiprecari è incostituzionale

Ida Rotano,   01 agosto 2008, 14:12

La norma antiprecari � incostituzionale     

La norma anti-precari che il parlamento si appresta a votare non si applicherà solo alle Poste (e non sarebbe poca cosa) , ma riguarderà tutti i settori ed avrà un effetto devastante per quanto riguarda i comparti delle telecomunicazioni, delle comunicazioni e dell'editoria. Facciamo il punto con l'avvocato Giuseppe D'Amati

 

Appello al Presidente della Repubblica

FNSI, la norma colpisce la libertà d'informazione

FNSI, "ritirare immediamente il provvedimento"

Dalla padella alla brace



Il nuovo emendamento presentato dal governo sui lavoratori precari è totalmente sordo rispetto alle contestazioni di questi giorni. I rilievi mossi da numerosi costituzionalisti non trovano risposta. Si tratta di un provvedimento odioso sul piano sociale e palesemente incostituzionale. Ne parliamo con l'avvocato Giovanni D'Amati, il cui studio segue da decenni le cause di quanti, lavoratori precari soprattutto nel settore dell'informazione, tentano di far valere i propri diritti

Non è affatto vero che la cosiddetta norma anti-precari si applicherà alle Poste (e non sarebbe poca cosa) , ma riguarderà tutti i settori ed avrà un effetto devastante per quanto riguarda i comparti delle telecomunicazioni, delle comunicazioni e dell'editoria
Il petardo è scoppiato sabato scorso, dopo un silenzio che mi è francamente sembrato strano. La verità è che oggi dovrebbe essere votata dal Parlamento e dunque, in assenza di un testo definitivo, non posso ancora fare un commento preciso. Ma una cosa è certa, soprattutto per l'aspetto in cui ci si rivolge ai processi in corso, ci sono evidenti profili di incostituzionalità. Ci sono sicuramente dei profili in contrasto con la normativa europea del 1999, ai quali noi avremmo dovuto adeguarci con la legge del 2001 e invece in questo modo si va nella direzione opposta, perché l'Europa ci dice di limitare il più possibile il ricorso ai contratti a termine.
Secondo me l'applicabilità ai soli giudizi in corso non è vera. Perché poi si dice che il contratto è comunque nullo e quindi vale anche per il futuro. Ma per confermare questo mio giudizio vorrei prima vedere il testo definitivo. Io ho ancora dei dubbi sul fatto che questa norma valga esclusivamente per il passato, cosa che la renderebbe sicuramente incostituzionale.
Sulle Poste poi, questo provvedimento mi sembra un'autentica bufala perché sicuramente il contenzioso delle poste è piuttosto elevato ma questo è colpa di chi ha gestito male le assunzioni a termine. Ho sentito addirittura commenti in cui ci si è accaniti contro questi precari che fanno causa alle Poste: sono stati definiti scorretti, che si vogliono far dare il posto dal giudice a discapito degli altri. Francamente oltre al danno anche la beffa, questo mi sembra un accanimento incomprensibile e insopportabile. Comunque, qualsiasi contratto a termine, con qualsiasi azienda rientrerà nella nuova normativa.
Adesso, noi abbiamo fatto anche una lettera aperta al Presidente della Repubblica come garante della Costituzione. Ho sentito dire, oramai da più parti, che lo stesso ministro del Lavoro avrebbe dei dubbi sulla costituzionalità della legge. Nessuno vuole tirare per la giacca il Presidente della Repubblica, ma se le cose stanno così non si capisce perché dovrebbe ratificarne il testo. La conseguenza sarà che alla prima causa utile, che riguardi o no le Poste, appena riapriranno i processi a settembre, sicuramente sarà sollevata l'eccezione di costituzionalità. Poi la Corte costituzionale ha i suoi tempi. Certo si dovrà pronunciare il prima possibile anche perché verrà sommersa dalle eccezioni...

Certo è una vicenda emblematica anche per il modo in cui è stata concepita questa norma, di nascosto..
Già, assolutamente all'insaputa di tutti pur avendo un impatto sociale così elevato. Non c'è stata concertazione, non c'è stata informazione. Gà questo ci lascia a bocca aperta. Io devo dire - non vorrei essere troppo critico - ma c'erano i rappresentanti dell'opposizione in commissione bilancio. Hanno votato contro. Però si poteva anche dire subito, appena usciti dall'aula: 'attenzione si sta verificando una grande truffa'.

Non ne hanno colto l'importanza, l'impatto sul mondo del lavoro?
È la migliore delle ipotesi: che non abbiano capito niente. Altrimenti non si spiega perché non si siano messi ad urlare nei microfoni. L'ho fatto io per la prima volta qualche settimana fa durante una conferenza stampa di Articolo 21. Non ne aveva parlato nessuno prima di allora. Ed io l'ho scoperto grazie al fatto che una mia cliente precaria mi ha inviato un articolo di Italia oggi che elencava le novità della manovra. Ad una prima lettura mi sembrava dovesse trattarsi di un errore di stampa. Invece no, era tutto vero. E nessuno ne parlava.
Questa è la parte più triste di tutta la vicenda. Che poi addirittura ha visto la dissociazione di tre ministri del governo nel silenzio del presidente del Consiglio. Lo ribadisco, sarà battaglia nei tribunali. L'argomento però va tenuto caldo. Certo non può essere l'apertura a vita dei quotidiani, ma già oggi è scomparso. Io sto guardando i giornali e non leggo nulla. Questo mi preoccupa.
Se nessun altro interviene lo farà la Corte costituzionale, lo ribadisco, noi trattiamo centinaia di cause di questo genere e alla prima occasione utile solleveremo l'eccezione di incostituzionalità.

C'è anche la possibilità di adire alla corte europea?
Certamente. Ma anche il discorso europeo... mi ricordo che quando nel 1999 uscì la nuova legge sui contratti a termine, sulla quale questa nuova norma va ad incidere, tutti dicevano: ‘si è liberalizzato il contratto a termine '. Invece non era così. Se l'erano letta male. Quella legge era l'applicazione di una direttiva Cee piuttosto restrittiva, per cui è chiaro che nel frattempo sono stati fatti una marea di contratti a termine che i giudici, chiamati ad applicare la legge, hanno poi sanzionato. Certo, le Poste sono diventate ingestibili, ma allora saniamo con una norma a parte la situazione delle poste e non coinvolgiamo tutti i precari indiscriminatamente. Questa situazione, è una mia impressione, fa comodo a tutti.

L'impressione è che ci sia un disegno chiaro...
Sì, attenzione al precariato nell'informazione che rende l'informazione precaria. Le problematiche dei contratti a termine molto spesso sono nell'editoria. Mettiamola così: è un dato di fatto che, Poste escluse, tutte le cause di contratto a termine curate dal mio studio legale, riguardano prevalentemente aziende editoriali.  È chiaro che in questo modo si controlla il flusso di notizie e l'informazione. Non c'è dubbio.

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lunedì, 07 luglio 2008
NON TOCCATE I BAMBINI E LE BAMBINE ROM E SINTI: Il 7 luglio riempiamo di impronte digitali il Ministero dell'Interno NON TOCCATE I BAMBINI E LE BAMBINE ROM E SINTI: Il 7 luglio riempiamo di impronte digitali il Ministero dell'Interno

Dichiarazione di Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci


E' già iniziata la schedatura e la rilevazione delle impronte digitali dei rom, minori compresi, nei campi rom con lo scopo di "censire" quanti vi risiedono. Una misura fortemente voluta dal ministro Maroni, nonostante l'indignazione con cui è stata accolta da gran parte dell'opinione pubblica.

Forti perplessità sulla legittimità di un simile provvedimento ha espresso anche il Commissario europeo ai diritti umani. Associazioni laiche e cattoliche, italiane e internazionali, intellettuali, artisti, giornalisti, politici hanno denunciato il razzismo di questa misura giudicata un grave vulnus della democrazia e della Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo. Un atto discriminatorio e persecutorio.

E' necessario dare visibilità, anche con azioni simboliche, alla nostra indignazione.

Il 7 luglio, a Roma, in Piazza Esquilino, dalle 17 alle 20, l'Arci, col sostegno dell'Aned, organizzerà una "schedatura" pubblica e volontaria, raccogliendo le impronte digitali di tutte le persone che condividono la nostra protesta. Centinaia di impronte che invieremo al ministro con un messaggio:

Prendetevi le nostre impronte
NON TOCCATE I BAMBINI E LE BAMBINE ROM E SINTI

Con noi, a farsi "schedare", ci saranno anche Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Ascanio Celestini e tanti altri.

A tutte le forze politiche di opposizione, alle forze democratiche, alle associazioni, ai media, ai singoli chiediamo di aiutarci a fermare questo scempio della vita civile e democratica del nostro paese, in cui il razzismo è ormai pratica di governo.
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mercoledì, 18 giugno 2008

Si salva chi può

Perla Pugi ,   17 giugno 2008, 19:21

Si salva chi pu� Politica     

Discussione al Senato sui due emendamenti al decreto sicurezza, quelli che sospenderebbero il processo Mills, in cui  il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari. L'ostruzionismo dell'opposizione, le proteste dei magistrati, la lettera a Schifani in cui il Cavaliere annuncia la ricusazione della presidente del collegio giudicante

 

E saltano pure i processi del G8, di Red.



"Se quelle norme fossero state contenute nel decreto fin dall'inizio, non l'avrei firmato", sembra abbia tuonato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, andando su tutte le furie prima con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, e poi con il ministrodella Difesa, Ignazio La Russa. Prima il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, che pone di fatto il silenzio stampa su alcuni fatti scomodi (tangenti, manovre di spionaggio e quant'altro). Oggi (martedì), atto secondo: è andata in scena al Senato la discussione sul decreto sicurezza. E, soprattutto, lo scontro sui due emendamenti "salva premier".

Le proposte di modifica sono state inserite formalmente dai presidenti delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, Carlo Vizzini e Filippo Berselli, ma sono stati scritti direttamente dagli avvocati di Berlusconi. Si tratta di norme che, se approvate, sospenderebbero per un anno il procedimento in cui il premier deve rispondere di corruzione in atti giudiziari.

Davanti alle perplessità degli alleati, in primis della Lega, e alle critiche del Capo dello Stato il premier non ha fatto di meglio che porsi in posizione di aperta sfida. Accantonata la prima opzione del messaggio televisivo alla nazione, ha poi scritto di proprio pugno una lettera al presidente del Senato, Renato Schifani, ma che in realtà era chiaramente diretta a Napolitano.

La missiva del Cavaliere è stata letta stamani, in occasione della discussione generale sul decreto dallo stesso Schifani e ha, come era prevedibile, ha creato molto scalpore soprattutto in occasione del passaggio in cui il premier ha parlato di "aggressioni" da parte di "magistrati di estrema sinistra" per i soli "fini di lotta politica". Molti senatori dei partiti di minoranza hanno chiesto di intervenire per ottenere "il non passaggio al voto degli articoli del decreto sicurezza", in particolar modo, dei due emendamenti "salva-premier".

Le polemiche non accennano a diminuire, anzi aumentano man mano che passano le ore. " Ritengo inaccettabile quello che sta avvenendo in Senato", esordisce Anna Finocchiaro, capogruppo del Partito Democratico, "di fronte alla gravità di tali avvenimenti c'è la necessità che il Parlamento affronti una discussione molto seria. Se non verrà dato tutto il tempo necessario per affrontare una questione così importante, ci troveremmo di fronte a una forzatura istituzionale davvero enorme".

"Berlusconi sta portando avanti una strategia criminale", dichiara il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, "coloro che si adoperano per fermare i processi sono dei criminali". Sempre secondo l'ex-magistrato, il presidente del Consiglio ha studiato a tavolino il modo per liberarsi dei giudici di Milano, "prima ha proposto la sospensione dei processi per basso allarme sociale, adducendo come fine quello di dare la precedenza ai reati più gravi, poi, con la lettera a Schifani", continua Di Pietro, "ha attaccato i giudici e ha ricusato Nicoletta Gandus", ha detto l'ex pm di Mani Pulite riferendosi al passaggio della missiva - manifesto in cui ha annunciato la ricusazione della presidente del collegio giudicante del processo in cui il premier è imputato.

"La lettera di Berlusconi è stata agghiacciante", racconta la senatrice del Partito democratico, Marilena Adamo, "una cosa mai vista. Sottolineo che c'è un aspetto di ripugnanza morale a usare un decreto che affronta i sentimenti di insicurezza e di paura della popolazione per inserire come cavallo di Troia una norma che ha un significato esattamente opposto. È un super indulto".

"Il 3 gennaio 1925 Mussolini fece un discorso simile", attacca Silvana Mura, deputata dell'Italia dei valori, e parlando di emergenza democratica continua:"Respinse le accuse sul delitto Matteotti e prese una serie di provvedimenti eccezionali e leggi fascistissime". "Pensiero debole" ha subito commentato Margherita Boniver, deputata del Popolo della Libertà e componente della Commissione esteri della Camera.

"Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l'istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale", è il commento secco dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm). "Questi comportamenti - evidenzia ancora l'Anm - rischiano di minare la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto". Fanno, intanto, sapere che tra i processi che verrebbero sospesi se fosse approvato l'emendamento al decreto sicurezza c'è quello per i presunti soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8. "uno tra i tanti processi in corso per reati anche molto gravi a cadere sotto la scure della norma", fa notare la segretaria nazionale della Magistratura democratica, Rita Sanlorenzo.

Nel dettaglio, questo primo emendamento propone che tutti i processi per reati commessi fino al 30 giugno 2002, che sono in una fase che va dall'udienza preliminare alla chiusura del dibattimento di primo grado e che riguardano solo reati considerati non gravi (es. omicidio colposo, furto, lesioni, rissa, truffa, usura o sequestro di persona) saranno sospesi per un anno. Rientrerebbe in questa categoria anche il processo ai danni di Silvio Berlusconi, accusato di aver pagato l'avvocato londinese David Mills per convincerlo a dichiarare il falso sui fondi neri del gruppo Finivest all'estero. Se va a segno, sarebbe un gol da campione quello del premier che con questo emendamento salvaguarderebbe la propria persona in attesa del provvedimento detto "Lodo Schifani". La norma servirà a evitare che "si possa usare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato". Come dire: alla faccia dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Le due proposte, però, non riguardano solo la sospensione dei processi, ma indicano ai magistrati anche quali procedimenti devono affrontare per primi. Secondo queste norme, quindi, i tribunali dovranno presto occuparsi prima dei reati gravi (es. quelli punibili con una pena superiore ai dieci anni, ergastolo, criminalità organizzata, la tratta delle persone, terrorismo ecc) e poi, con calma, del resto. Il premier tiene a precisare che è ovvio che coloro che non vorranno usufruire della sospensione potranno continuare con l'attuale sistema fino alla sentenza. Coloro che ne beneficeranno potranno, entro tre giorni dall'eventuale sospensione, arrivare al patteggiamento a processo iniziato. Una specie di patteggiamento "allargato" che potrà essere richiesto e concesso nonostante il rifiuto del Pm e del giudice. Durante la sospensione, inoltre, la prescrizione verrà bloccata e riprenderà partendo "dal giorno in cui è cessata".

postato da: celestinaroma alle ore 02:23 | Permalink | commenti
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